29 giugno 2017
Aggiornato 16:01
In vista degli appuntamenti elettorali

Brexit, frau Merkel rimanda tutto. Per salvarsi la poltrona

Lontani i giorni in cui Berlino incitava l'uscita di Londra dall'Ue: ora Frau Merkel la vuole posticipare. Almeno a dopo il 2017, anno in cui si giocherà alle urne la poltrona

BERLINO - Quando gli inglesi, il 23 giugno scorso, hanno votato per dire addio all’Ue, di certo non si aspettavano che il divorzio sarebbe stato tanto lungo e burrascoso. Lungo è a dir poco: perché, secondo le ultime indiscrezioni pubblicate dal Sunday Times, l'a data papabile potrebbe cadere addirittura nel 2019, cioè tra ben 3 anni. Il motivo? «Ufficialmente», le difficoltà da parte dell'amministrazione britannica di mettere in piedi l’apparato burcratico necessario per avviare la procedura di uscita. In effetti,che l’esecutivo di Cameron non si aspettasse questo risultato quando convocò il referendum, e non si fosse preparato per tale eventualità, è ormai noto. Ma, al di là delle incertezze di Londra, c’è molto altro. In primis, un «accordo» le due «lady di ferro» del Vecchio Continente: Theresa May e Angela Merkel.

Brexit una zavorra per l'economia della Germania
Perché, se c’è un Paese dove le conseguenze della Brexit si fanno sentire, quel Paese è proprio la Germania. Il ministero dell’Economia di Berlino ha già fatto sapere che, nel secondo trimestre, la Germania crescerà meno del previsto, spiegando che la dinamica della crescita ha accusato una battuta d’arresto alla luce dei rischi aumentati dopo l’esito del referendum britannico. Del resto, già a luglio il Fondo Monetario Internazionale aveva fatto marcia indietro sulle iniziali previsioni, preannunciando che sarebbero stati gli inglesi e i loro immediati vicini a crescere di più dopo la Brexit. Annuncio che ha del tutto sconfessato la campagna da terrorismo psicologico di cui si è reso protagonista il fronte pro-Ue  nelle settimane precedenti al referendum. Ma questa è un’altra storia.

Le conseguenze politiche
Ad ogni modo, la Germania non teme le conseguenze della Brexit soltanto dal punto di vista economico. Angela Merkel è infatti chiamata a gestire una vera e propria bomba in termini prettamente politici. Non è un caso che la Cancelliera, inizialmente favorevole a un’uscita immediata di Londra per evitare il panico sui mercati, oggi stia cercando di allungare il più possibile le tempistiche. Perché Frau Merkel è attesa al varco di importanti appuntamenti elettorali: a settembre si vota in Meclemburgo, Pomerania e a Berlino, in primavera nel Nordreno Vestfalia – una Regione che da sola conta diciotto milioni di elettori –. E, ancora più importante, nell’autunno del 2017 la Cancelliera si gioca la riconferma alle elezioni nazionali che potrebbero incoronarla la leader più longeva della storia tedesca, ma che potrebbero anche chiudere clamorosamente la sua carriera politica.  E la Brexit – oltre alla questione migratoria e al rischio terrorismo – potrebbe proprio essere il dossier capace di «spodestare» la «regina» d'Europa.

Quel buco nel bilancio Ue da colmare
A preoccupare l’astuta Cancelliera, infatti, sono le cifre che l’opposizione di destra potrà sfoderare nella sua campagna: da un lato, il contributo tedesco al bilancio dell’Unione, pari a 25,8 miliardi di euro, contro gli 11,4 che Berlino riceve indietro in investimenti. In più, gli 11,3 miliardi, finora sborsati da Sua Maestà, che ci saranno da coprire quando Londra ratificherà la sua uscita di scena. Tutte cifre che, unite al clima di grande incertezza dopo l’ondata migratoria e dopo gli attentati che hanno interessato ultimamente il Paese, fanno soffiare il vento in poppa all’estrema destra tedesca. Il 27 luglio scorso, per gestire il dossier Brexit, il capo della Commissione Jean Claude Juncker ha nominato l’ex ministro e Commissario europeo Michel Barnier. Tuttavia, alcune fonti del Foreign Office avrebbero confermato ai media che «la Merkel vuole che sia il Consiglio ad avere in mano il dossier, perché questo contribuisce ad allungare i tempi». In realtà, non è solo Berlino a spingere per posticipare la Brexit. Anche Parigi è sulla medesima linea, ed esattamente per lo stesso motivo: le elezioni dell’aprile 2017, voto al quale il Front National di Marine Le Pen si avvicina con propositi decisamente bellicosi.

Un cammino lungo e complesso
Del resto, le procedure che regolamentano l’uscita di Londra dall’Ue sono già di per sé piuttosto complesse. Theresa May, secondo la road map più accreditata finora, dovrebbe fare ricorso all’Articolo 50 del Trattato di Lisbona a gennaio prossimo, per avere poi due anni di tempo per negoziare i termini di separazione dall'Ue. Ma, nonostante la forte pressione politica (specie da parte di alcune capitali europee) affinché si attenga puntualmente a questa tabella di marcia, potrebbe invece essere costretta a rinviarla perché il nuovo ministero appositamente creato per la Brexit e i dipartimenti per il commercio internazionale non saranno pronti a rispettare queste scadenze. David Davis, segretario per la Brexit, dovrà infatti assumere cinquecento collaboratori, mentre a Liam Fox, ministro per il Commercio internazionale, occorrono mille esperti. Ad oggi, il primo ne avrebbe meno della metà, il secondo circa cento. Un’incertezza che, se di certo non giova agli Stati europei con economie più deboli e più esposti ai giri di giostra dei mercati (come l’Italia e i suoi colleghi sudeuropei), di certo va tutto a vantaggio della poltrona della Merkel. Ma non è affatto detto che le sarà sufficiente.