16 ottobre 2019
Aggiornato 21:00
Il 16 maggio 1916 fu firmato l'accordo di Sykes-Picot

100 anni fa l'Europa si spartì il Medio Oriente. Oggi ne paghiamo ancora il prezzo

A cento anni da quando Francia e Gran Bretagna disegnarono i confini mediorientali, quelle terre sono ancora bagnate di sangue. Ecco cosa è rimasto di quei confini, e cosa (non) abbiamo imparato dalla storia

DAMASCO – C’è chi dice che i problemi del Medio Oriente siano iniziati esattamente 100 anni fa, il 16 maggio 1916, quando due rappresentanti di Londra e Parigi, Sir Mark Sykes e François Georges-Picot, apposero la propria firma su un documento poi passato alla storia come «l’accordo di Sykes-Picot», sancendo così la «spartizione» del Medio Oriente tra Francia e Gran Bretagna. A quel tempo infuriava la Prima guerra mondiale, catastrofe che, tra le sue più illustri vittime, fece rovinosamente crollare anche l'Impero ottomano. Così, presagendo tale scenario, le due potenze europee cominciarono a discutere della spartizione di quel territorio in aree di influenza in funzione anti-tedesca. Una tentazione – quella della «spartizione» – che in effetti, in un Medio Oriente martoriato dai conflitti, resiste ancora a 100 anni di distanza.

L'Isis rivendica la fine di Sykes-Picot
La mappa che allora ne uscì è stata a più riprese accusata, per usare le recentissime parole di Al Jazeera, di aver lasciato cicatrici indelebili nel complesso scenario mediorientale. E l'argomento è tornato a catturare l'attenzione della stampa internazionale a maggior ragione ora, in un periodo in cui almeno quattro Stati della regione - Siria, Iraq, Libia e Yemen - sono, chi più chi meno, a rischio di disgregazione. E non è un caso che, ultimamente, il video dell'Isis più popolare in Medio Oriente sia proprio quello che mostra un bulldozer abbattere un cartello che reca la scritta «Fine di Sykes-Picot», giusto giusto al confine tra Siria e Iraq. 

Le piaghe del Medio Oriente, cento anni dopo
In effetti, il Califfato nero si è sviluppato proprio con l'intento di cancellare gli antichi confini che frammentavano il tanto vagheggiato «Stato islamico» in varie unità statali tra loro distinte. Un'intenzione perlatro ben sintetizzata nell'acronimo dell'organizzazione «Isis», che significa appunto «Islamic State of Iraq and Syria». Di certo, non si può negare che il centenario degli accordi di Sykes-Picot sia stato amaramente impressionante, per non dire storicamente significativo, con un’ondata di brutale violenza jihadista a insanguinare Baghdad (soprattutto gli sciiti), e una Siria dove le violazioni del cessate il fuoco sono ormai costantemente all’ordine del giorno. E, nonostante le rassicurazioni del segretario americano John Kerry a proposito dell’andamento dei negoziati, i colloqui di Vienna, sulla Siria, si sono conclusi in pratica in una bolla di sapone. Perché sì, sembra esserci accordo tra le potenze mondiali sulla necessità di una tregua stabile e di un governo di transizione, ma poi, sul campo, la violenza continua a regnare sovrana.

L'origine di tutte le sventure?
Sul fatto che siano stati proprio gli accordi di Sykes-Picot l’origine dell’attuale disastro mediorientale non tutti sono d’accordo. Il Washington Post, ad esempio, puntualizza che non fu l’incontro del 1916 a determinare gli attuali confini, ma, piuttosto, la conferenza di San Remo del 1920 e, ancor di più, il trattato di Sévres del 1920 e il mandato francese sulla Siria del 1923. Cavilli cronologici a parte, certamente quelle vicende di spartizione irragionevole dovrebbero perlomeno costituire una lezione di storia per le potenze moderne, che ancora sembrano affezionate a certe tendenze imperialiste del proprio passato.

L'abitudine della «spartizione»
Si pensi alla Siria di oggi, lo scenario più papabile per una nuova «frammentazione». Del resto, non è un mistero che gli attori in campo, dalla Turchia alle potenze sunnite che sostengono l’opposizione ad Assad fino all’Iran, stanno già cercando di fissare le proprie aree di iinfluenza. Erdogan, in particolare, da mesi rivendica l’intenzione di creare una «no-fly zone» al confine con la Siria, per spezzare le linee di difesa degli odiati curdi. Gli stessi curdi che, cento anni fa, finirono inglobati in una zona sotto controllo francese e, dopo la fine della prima guerra mondiale, sparirono dalla carta geografica. Ma si pensi anche alla Libia, nei fatti già frammentata al suo interno tra milizie e autorità rivali. Tutti esempi di come l’abitudine a disegnare confini innaturali con il goniometro, oltre alla presenza di governi che hanno alimentato le divisioni settarie, siano alla radice dei drammi di oggi.

La fine del Medio Oriente come lo conosciamo?
Più difficile rispondere alla questione delle questioni, cioè se l’accordo di Sykes-Picot sia effettivamente morto e defunto come rivendica l’Isis nel suo recente video. Il Washington Post nega fortemente questa tesi, sostenendo che, sul profilo di quei vecchi confini, si sono appoggiati poteri significativi e permanenti, e che, soprattutto, le frontiere non sono sostanzialmente cambiate (a parte qualche relativa modifica nei nomi). A dimostrarlo, ad esempio, il mancato riconoscimento internazionale del Governo regionale curdo, che agli occhi del mondo figura ancora come una parte dell’Iraq.  Secondo il quotidiano americano, anche laddove la guerra siriana dovesse portare a una spartizione de facto del territorio statale, difficilmente quest’ultima sarebbe riconosciuta dalla comunità internazionale e segnerebbe una modifica ufficiale della carta di Sykes-Picot.

Che cosa sta cambiando
Non tutti, però, concordano con questa interpretazione. Tanto che, digitando su Google la formula «the end of Sykes-Picot», compaiono 14.700 risultati. Del resto, bisogna notare che, se anche le mappe geografiche e la comunità internazionale non danno riconoscimento a tendenze geopolitiche in atto, ciò non significa che quelle tendenze non esistano e non abbiano una portata significativa sulla vita delle persone. Si pensi al recentissimo caso della Crimea, che continua a far discutere. Si pensi, poi, alla Palestina. Si rifletta, anche, sui milioni di persone attualmente in movimento tra Siria e Iraq, circa 10 milioni di profughi, profughi che, secondo le stime dell’Unhcr, rimangono in uno stesso campo in media per 17 anni. Si considerino, infine, le mire del sedicente Stato islamico, che, pur non potendo di certo vantare riconoscimento internazionale, stanno tragicamente influenzando la vita di milioni di persone. Tutti equilibri che le carte geografiche non possono registrare, ma che pesano più che mai sull'esistenza di milioni di esseri umani. Provate a chiederlo a un siriano che ha perso la sua casa, o un iracheno spinto alla fuga dall’Isis, che cosa è rimasto della sua patria, della sua terra. Della sua casa. Sykes-Picot o no.