19 agosto 2019
Aggiornato 08:30
L'intervista a Dario Fabbri

Cosa c'è dietro la svolta interventista di Obama in Siria, e quale eredità lascia davvero Barack

L'analista esperto di Stati Uniti e Medio Oriente Dario Fabbri spiega le ultime mosse di Obama in politica estera. E fa un bilancio della sua presidenza, dopo quella di Bush e in attesa del suo successore.

ROMA – Prima, la «profezia» secondo cui, entro la fine dell’anno, ci saranno le condizioni per la caduta di Mosul; poi, l’invio di altri 500 soldati in Iraq e 250 forze speciali in Siria. Pare che, con l’avvicinarsi inesorabile del termine del suo mandato, il presidente Usa Barack Obama sia come non mai risoluto a infliggere un colpo mortale all’Isis. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Dario Fabbri, analista di Limes ed esperto di Stati Uniti e Medio Oriente.

Fabbri, fino ad ora la strategia di Obama contro Daesh è stata giudicata piuttosto debole. Perché questo improvviso cambiamento?
Non parlerei di cambiamento: semmai, di una nuova «tattica». In ogni caso, le ragioni sono due. La prima è che Obama è un presidente in uscita, quindi da oltre un anno è concentrato soprattutto sulla sua eredità politica, cioè sulla «scenografia». Insomma, non è tanto importante la questione strategica in sé, quanto l’ottenere risultati scenografici da presentare all’opinione pubblica e a chi dovrà interpretare il periodo della sua presidenza. Lo Stato Islamico è un obiettivo molto semplice, perché militarmente inconsistente, e considerato all’unanimità il male assoluto: offrire la testa di qualche jihadista molto famoso è funzionale a questo tipo di approccio. La seconda ragione è che l’Isis, in questo momento, è in difficoltà. Quindi, se l’invio di poche centinaia di forze speciali in Siria può avere un effetto scenografico, diverso è il caso dell’Iraq: qui gli Usa si impegnano in modo molto più strutturato che in Siria, in collaborazione con l’esercito regolare e con le milizie sciite, per sedare quella che di fatto può essere considerata una «rivolta sunnita» di cui l’Isis, nel Paese, è espressione.

Da Bush a Obama, cosa è cambiato davvero nella lotta al terrore e nell’approccio al Medio Oriente? 
L’alveo è sempre il classico approccio americano al mondo: o un interventismo messianico, con missioni civilizzatrici portatrici di redenzione, o un convinto isolazionismo, il restare nella propria «isola» a guardarsi l’ombelico. Ma di sicuro, da Bush a Obama è cambiato molto. Le guerre del primo decennio di questo millennio hanno avuto un effetto dirompente sull’opinione pubblica americana. Non solo: nel momento in cui ci si impantana per innestare democrazia in contesti esotici e a-strategici, qualcun altro profitta volentieri della distrazione. Imparati questi errori, l’amministrazione Obama - decisamente più interessata alla Cina e a un possibile connubio russo-tedesco – ha deciso di districarsi dal ginepraio mediorientale, perché non strategico per gli Usa. Il sogno di Obama era quello di creare un «equilibrio di potenza», lasciare che le potenze locali se la vedessero tra di loro, senza che nessuna diventasse egemone. 

Una strategia che non è piaciuta a tutti...
Non è piaciuta a Israele e Arabia Saudita, che erano abituate ad essere gli interlocutori assoluti degli Stati Uniti nella regione, e che ora si vedono alla pari con altre due potenze come la Turchia e addirittura l’Iran, il loro nemico giurato.

Come mai, se di Bush sono stati riconosciuti gli errori, nemmeno l’approccio di Obama ha convinto l’opinione pubblica?
Perché è molto complesso da spiegare. E’ un approccio utilitaristico: è difficile far capire all’opinione pubblica americana che gli Usa né perseguono una missione civilizzatrice né se ne stanno a casa loro. E’ difficile far capire che il loro è un tentativo di preservare un equilibrio che è più un caos: un caos funzionale agli Stati Uniti, a patto che nessun egemone emerga realmente.

Cos’è accaduto con l’intervento russo in Siria? Putin sembra aver «rubato la scena» ad Obama.
E’ proprio così, perché di «scena» si parla. In realtà questa amministrazione ha colto con favore l’intervento russo in Siria. Ciò che non può tollerare, semmai, è la narrazione di questo intervento, che si riverbera negativamente sull’immagine di Washington.

Cioè?
Dal marzo 2013 – da quando una delegazione iraniana a Masqat, in Oman, confermò agli americani di voler trattare con loro – gli Stati Uniti non considerano più la Siria uno scenario strategico. La Siria era stata per gli Usa, fino ad allora, soprattutto una guerra per procura per ridurre l’influenza iraniana nella regione colpendo un suo «cliente», Damasco. Dal 2013, però, quel teatro ha smesso di avere importanza. E poi c’è stata la scoperta, e non ci voleva un genio, che l’opposizione all’impresentabile Assad non era poi tanto meglio di lui. Di qui, il passo indietro di Washington.

Ma Obama non voleva rovesciare Assad?
Dal 2013, questa amministrazione ritiene il mantenimento di Assad, o di qualcuno del suo clan a Damasco, la via preferibile. Un intervento russo che vada a puntellare questo regime non può che essere funzionale al «nuovo» approccio americano in Siria. 

Ma quando Putin è intervenuto, gli Stati Uniti hanno quasi gridato all’insulto...
Quella è la «scena». Ma, dal punto di vista operativo, ne hanno facilitato l’intervento. Anzitutto, eliminando la batteria di missili Patriot al confine tra Turchia e Siria, che era di gestione Nato; poi, eliminando l’unica portaerei che avevano nel Golfo Persico, con chiaro segnale di non belligeranza; infine, impegnandosi nel «deconflicting» con i russi, per evitare scontri nei cieli della Siria. In più, quasi come premio per un intervento russo che va a togliere le castagne dal fuoco agli americani, gli Usa hanno ucciso il maggiore obiettivo dell’anti-terrorismo russo in Siria: il ceceno al-Shishani, uno dei leader dell’Isis di nazionalità russa. Insomma: una Russia che si impantana in Siria al posto degli Usa agli americani va benissimo.

La compresenza di Washington e Mosca in Siria come ha cambiato i rapporti tra le due potenze?
I rapporti rimangono molto complicati. Russia e Stati Uniti non saranno mai alleati. L’intervento russo in Siria ha scompaginato le carte, ha salvato la Siria dall’ulteriore caos e ha liberato Palmira: ma tutto questo Mosca lo ha fatto soprattutto per giocarsi il credito acquisito sul fronte ucraino, il suo vero dossier strategico. Mosca può vivere con una Siria guidata dai sunniti, ma non potrebbe farlo se l’Ucraina entrasse nella Nato o se ospitasse militari occidentali. L’equazione, però, non è cambiata, perché gli americani non vogliono concedere questo alla Russia. Il proposito americano di contenere la Russia dalla Polonia alla Romania, passando per l’Ucraina, resta strategico.

Alla luce di tutto questo, qual è la vera eredità di Obama?
Obama lascia un approccio meno ideologico e più «imperiale» del suo predecessore: un’America che interviene direttamente solo quando i suoi interessi strategici sono in ballo. Lascia un’America che ha abbandonato il Medio Oriente e comincia a volgersi al Pacifico. Un’America più razionale nei suoi movimenti perché, quando può, risparmia energia. E un’America che sembra pronta, sia con Trump che con la Clinton che con qualcun altro, a continuare su questa china. Ci saranno differenze tattiche, ma non cambierà la strategia di base: una strategia che guarda al mondo con un certo distacco e che interviene solo quando strettamente necessario.

Trump sostiene che con lui presidente lo Stato islamico sparirà. Come sarebbe il suo approccio alla politica estera?
Per quanto la politica estera americana non dipenda direttamente dalle scelte presidenziali, con Trump l’approccio sarebbe piuttosto isolazionista e ancora imperialista. Sarebbe da discutere se sia più «pericolosa» un’America che si tiene fuori dalle questioni del mondo, o che interviene direttamente. Con la Clinton, invece, gli Stati Uniti perseguirebbero una politica di «interventismo umanitario». Come accaduto in Libia nel 2011, dove gli Usa scesero in campo proprio quando la Clinton fu segretario di Stato.