19 settembre 2019
Aggiornato 16:30
L'Austria corre ai ripari e fortifica il Brennero

Se l'Italia (oltre alla Grecia) è la vittima sacrificale del patto tra Ue e Turchia sui migranti

Perché l'Austria ha deciso, proprio ora, di costruire una barriera anti-migranti al Brennero? Perché a Vienna sono convinti che l'accordo con la Turchia rimetterà nell'occhio del ciclone la rotta che passa per l'Italia. E soprattutto non hanno la benché minima intenzione di collaborare con il Belpaese

BRUXELLES - A circa una settimana dall'effettiva entrata in vigore del controverso accordo tra Ue e Turchia, e a pochi giorni da quando, per la prima volta, a Bruxelles si è tratteggiata una proposta di riforma del trattato di Dublino, giunge l'ennesima notizia a testimoniare quanto questa Unione europea non abbia nè capo nè coda. L'Austria ha infatti deciso di intraprendere dei lavori per la costruzione di una barriera anti-migranti al Brennero, l'ennesimo muro a scomporre l'Europa in un puzzle frammentato. E tale notizia è tanto più significativa quanto più giunge a seguito dei due eventi sopracitati: l'accordo con Erdogan e la ridiscussione del trattato di Dublino. Perché è la più plateale dimostrazione del loro inesorabile fallimento.

Italia e Grecia beffate (come sempre)
Ma andiamo con ordine. Perché Vienna intende proprio ora chiudere il passaggio del Brennero ai migranti? La ragione è presto detta, ed è strettamente connessa all'ambiguo patto firmato con la Turchia. In Austria sono infatti convinti che quest'ultimo avrà l'effetto di riportare i migranti sulla rotta un tempo più calcata: quella che collega il Nord Africa all'Italia, e il Belpaese al Nord Europa. Il ragionamento, in effetti, non fa una grinza: chiudendo la rotta turco-greca, che per la prima volta lo scorso luglio, per numero di sbarchi, ha superato quella italica, i migranti non smetteranno di passare in Europa: semplicemente, torneranno a calcare la vecchia direttiva. Tradotto: l'Italia è destinata a ripiombare nell'occhio del ciclone. In effetti, è già possibile fare un primo bilancio parziale degli effetti dell'accordo con Erdogan. Un bilancio che non è affatto positivo, soprattutto per la stessa Grecia: perché 326 migranti sono stati rimpatriati in Turchia, ma nel frattempo il numero di richieste d'asilo nel Paese ellenico è esploso. I richiedenti asilo, infatti, pur di non essere rispediti al di là dell'Egeo, preferiscono fare domanda in Grecia, che - quasi superfluo specificarlo - dal canto suo ha serie difficoltà a gestire questa situazione: migliaia di richiedenti asilo sono bloccati sulle isole di Lesbo e Chio, in attesa che le loro richieste siano esaminate.

L'Italia di nuovo nell'occhio del ciclone (sulla pelle dei migranti)
E poi c'è l'altro «sfortunato» Paese del Sud Europa: l'Italia. Circa una settimana fa, un'imbarcazione dall'Egitto con a bordo etiopi, eritrei, somali, egiziani e siriani è stata soccorsa dalla guardia costiera italiana: ed è la prima volta che accade dall'inizio del 2016, e la prima volta da diversi mesi che giungono dei siriani da quella destinazione. L'implicazione di un simile evento è piuttosto chiara: questa potrebbe essere l'avvisaglia di un nuovo cambio nelle rotte, o meglio, un ritorno alla vecchia rotta italica. E tutto ciò potrebbe preludere non solo a un significativo aumento di arrivi sulle coste italiane, ma anche a un considerevole incremento del numero di morti: perché quella rotta, secondo i dati pubblicati da The Conversation, sarebbe venti volte più pericolosa di quella che collega la Grecia alla Turchia.

Ridiscutere Dublino?
A peggiorare il quadro, le ultime nuove in tema di trattato di Dublino. Che è, a ben vedere, una delle cause per cui è tanto difficile, per l'Europa, concertare una politica d'asilo comune, e la principale ragione per cui Grecia e Italia si trovano (e si sono trovate) in difficoltà. Il sistema di Dublino, infatti, obbliga i migranti a fare richiesta d'asilo nel primo Paese d'arrivo: cioè specialmente gli Stati mediterranei. Ci sono voluti anni perché Bruxelles ammettesse che quel sistema dovesse essere superato; eppure, anche ora che se ne parla, non sembra esserci una reale intenzione di cambiare le cose. Perché le proposte avanzate rimangono vaghe e poco risolutive: la prima opzione prevede che il sistema rimanga sostanzialmente invariato, con l'aggiunta di una limitatissima redistribuzione dei richiedenti asilo in Paesi diversi da quelli di primo arrivo in caso di emergenza; nella seconda, i richiedenti asilo dovrebbero da subito essere redistribuiti in tutta Europa secondo delle quote stabilite per ogni Stato membro. E se la prima opzione è evidentemente insufficiente, anche quest'ultima - che sarebbe a prima vista la più «risolutiva» - difficilmente potrà dirsi efficace: da un lato perché i mesi scorsi hanno già dimostrato che l'imposizione di quote obbligatorie non funziona, e semmai inasprisce la divisione tra gli Stati membri; dall'altro perché non si tiene in alcun conto l'eventuale legame dei migranti con alcuni Paesi europei, nel caso in cui ospitino i loro parenti. Una politica evidentemente miope, visto che i ricongiungimenti familiari possono aprire insostituibili opportunità di integrazione. 

Tirando le somme
Così, la decisione dell'Austria di costruire una barriera è la palese dimostrazione dell'ultimo fallimento europeo. In primo luogo, infatti, testimonia come il controverso accordo con l'ambiguo Erdogan in alcun modo può risolvere il «problema», ma può semmai spostarlo su un'altra rotta; in secondo luogo, è l'ennesima dimostrazione di come gli Stati del Nord Europa non abbiano la benché minima intenzione di superare il sistema di Dublino. Al punto che sono disposti a costruire muri, pur di ricacciare (illegalmente) i richiedenti asilo verso Sud. Così funziona la vecchia e immemore Europa.