23 ottobre 2019
Aggiornato 20:00
Tanti i nodi da risolvere, poche le speranze che funzioni

Ecco perché l'accordo con la Turchia è l'ennesimo vicolo cieco per l'Europa

Nel giorno dell'ennesimo vertice con la Turchia, l'Europa si dimostra debole e divisa come non mai. E si appresta a siglare un accordo che difficilmente porterà i frutti sperati, e che in più la renderà ricattabile agli occhi di Erdogan.

Bandiere europea e turca dipinte su un muro diroccato.
Bandiere europea e turca dipinte su un muro diroccato. Shutterstock

BRUXELLES - In occasione dell'ennesimo Consiglio europeo che ha come oggetto la crisi migratoria, l'Europa si presenta più disunita che mai. Da quando, a seguito del naufragio del 18 aprile scorso, i leader europei si convinsero a mettere sul tavolo comunitario la questione dei rifugiati, abbiamo assistito a più di 25 incontri a livello europeo, di cui almeno 7 summit tra Capi di Stato e di governo. Ma ogni volta, nonostante gli iniziali buoni propositi, gli incontri si sono conclusi con un misero nulla di fatto. L'agenda europea sulle migrazioni conteneva, invece, punti interessanti: peccato che le decisioni unilaterali prese via via dagli Stati del Nord e dell'Est - la sospensione di Schengen, la chiusura delle frontiere, la costruzione di muri - abbiano finito per disintegrare qualsiasi forma di possibile collaborazione. E hanno dato un triste ma realistico saggio su come (non) funziona l'Unione europea.

Divisa e debole
E nel giorno in cui l'Europa si appresta a trattare con l'ambiguo gigante turco - decisione azzardata, come abbiamo più volte ricordato -, sarebbe stato ancora più auspicabile che, perlomeno, si presentasse all'appuntamento unita e compatta, pronta a tener testa ai giochi di potere della Turchia. E invece, il Vecchio Continente non è mai stato così diviso e debole. Basti ricordare cosa sta succedendo sulla rotta balcanica e, in particolare, alla Grecia: quando l’Ungheria ha chiuso le sue frontiere e alzato muri di cemento e filo spinato, le persone si sono riversate verso Croazia e Slovenia. Nelle ultime settimane, dopo che anche l’Austria ha deciso di imporre forti limiti alle possibilità di arrivo e transito dei migranti, i paesi balcanici fino alla Macedonia hanno fatto lo stesso, con il risultato di un affollamento di migranti in Grecia in condizioni igieniche spaventose e con esiti talvolta anche tragici. E con il paradossale risultato che la stessa Grecia è stata minacciata di essere esclusa da Schengen, se non avesse accelerato la procedura di apertura degli hotspot e non avesse cominciato a identificare sistematicamente i migranti sbarcati. Che, in questo modo, non avrebbero più potuto lasciare il Paese ellenico alla volta del Nord.

Gli hotspot e la beffa a Grecia e Italia
Una sorte simile a quella del nostro Paese. Non è affatto un caso che il ministro Alfano abbia ventilato «misure» per prendere le impronte digitali ai migranti anche con la forza. Che, tradotto, significa che il Belpaese dovrà trattenere nei famosi «hotspot» i nuovi arrivati con le buone o le cattive, altrimenti Bruxelles si arrabbia. E non importa a nessuno se questo trattamento possa costituire una violazione della dignità e dei diritti umani dei migranti. La missione dell'Italia (e della Grecia) è quella di osservare silenziosamente gli altri Paesi prendere decisioni unilaterali, e impedire che eserciti silenziosi di profughi in rotta verso il Nord possano metterle a rischio. Delle famose relocation, le «spartizioni per quote» di migranti giunti nei Paesi di primo arrivo (Grecia e Italia, appunto), invece, non si parla più. Un tempo volevano convincerci che l'apertura di centri di identificazione in Italia sarebbe andata di pari passo con i ricollocamenti; oggi, invece, non si spreca neanche più fiato: si parla solo di hotspot, a dimostrazione che, ancora una volta, l'Europa ha saputo gabbarci per bene.

I punti deboli dell'accordo
In mancanza dunque di un meccanismo di redistribuzione dei migranti e di gestione comune dell'accoglienza, l'unica «speranza», se così si può dire, è diventata Ankara. Che, nei piani dell'Ue, dovrebbe impegnarsi a rimpatriare tutti i migranti giunti in Grecia illegalmente dal momento dell'entrata in vigore dell'accordo. In cambio, il governo turco otterrebbe il reinsediamento dalla Turchia in Europa di un numero di siriani uguale a quello dei soli siriani arrivati illegalmente in Europa. Un meccanismo che mostra già in partenza tutta la sua debolezza: sia perché l'Europa accoglierebbe praticamente solo siriani, macchiandosi di una grave discriminazione nei confronti di altre nazionalità che pure avrebbero diritto alla protezione internazionale, sia perché per il meccanismo di «scambio» la Commissione Ue si propone di utilizzare i 18 mila posti dei reinsediamenti decisi a luglio ancora disponibili, e poi i 54 mila posti dei ricollocamenti di cui mesi fa Budapest non aveva voluto beneficiare. Ma cosa succederà quando quei posti saranno terminati? Siamo davvero sicuri che funzionerà l'«effetto deterrente», e che cioè i siriani si convinceranno a rimanere in Turchia, visto che in Grecia sarebbero rispediti indietro? 

Un meccanismo difficilmente efficace e il suo prezzo
La macchinosità del meccanismo svela già in partenza le alte probabilità che quest'ultimo sia destinato a fallire. Anche perché l'organizzazione di identificazioni, ricollocamenti e rimpatri non è così scontata, visto che da un lato si deve sperare nell'assoluta buona fede del partner turco, e dall'altro già in passato simili procedure, in Europa, non sono state particolarmente efficienti. Senza contare che la Turchia, che ha una popolazione nettamente inferiore a quella dell'Ue, conta almeno 2 milioni di rifugiati siriani nel proprio territorio, a cui però non riesce a garantire condizioni di vita dignitose. E poi si apre l'altra questione, della quale abbiamo parlato tante volte: il prezzo di tutto ciò. In pratica, per ottenere un accordo che faticherà a funzionare, dovremo sborsare 6 miliardi in due anni e aprire le porte dell'Ue alla Turchia. Ecco l'ennesimo vicolo cieco in cui si sta ficcando l'Europa.