16 ottobre 2019
Aggiornato 08:30
Dopo un 2015 «anno del riscatto»

I 3 fronti più «caldi» per Putin nel 2016

Il 2015 è stato, per la Russia di Vladimir Putin, l'anno del riscatto; questo 2016 sarà l'anno del consolidamento. Ed ecco su quali fronti il capo del Cremlino giocherà con più attenzione le sue carte

MOSCA - Il 2015 è stato, per la Russia di Vladimir Putin, l'anno del riscatto. L'intervento in Siria, duramente criticato dall'Occidente perché diretto non solo contro l'Isis ma anche contro i gruppi d'opposizione ad Assad, ha rimescolato le pedine dello scacchiere geopolitico. Eppure, gli scorsi dodici mesi non sono stati facili per Mosca, viste le conseguenze che sanzioni e deprezzamento del petrolio hanno avuto sulla sua economia. Secondo l’istituto nazionale di statistica russo, il Rosstat, il Pil ha registrato un calo del 2,2% nel primo trimestre, del 4,6% nel secondo e del 4,1% nel terzo trimestre dell’anno. Il governo stima una flessione del 3,9% per il 2015 mentre la Banca mondiale, a settembre, ha rivisto al ribasso le iniziali stime sull’andamento economico prevedendo un -3,9% per il 2015 e un -4,3% nel caso in cui il prezzo del petrolio si fosse mantenuto sotto i 50 dollari al barile (come in effetti è avvenuto).

Tra problemi e sfide
Anche il 2016 non sarà semplice. I dati della Banca mondiale prevedono una sostanziale stagnazione per l’anno nuovo e una timida ripresa solo per il 2017. Secondo il Fondo monetario internazionale, le sanzioni occidentali potrebbero costare a Mosca il 9% del Pil sul medio periodo. Prospettive fosche, dunque, per Mosca, che però non distolgono Putin dal suo obiettivo primario: consolidare il proprio riconquitato seggio tra i «big» mondiali, ora che anche il premier giapponese Shinzo Abe, attualmente a capo del G7, ha dichiarato di rivolere la Russia al tavolo. Per questo, i fondi spesi per la difesa sono in netto aumento. Un aumento dovuto anche all'atteggiamento espansionistico della Nato, che negli ultimi tempi ha invitato il Montenegro a entrare nell'Alleanza. E il «cannocchiale» di Putin sembra ultimamente spingersi in due direzioni: l'Artico e il Mar Nero.

Artico
Già nei mesi scorsi il New York Times descriveva con preoccupazione l'attivismo di Mosca intorno al Circolo polare artico, che ha visto non soltanto la recente costituzione di nuove basi, ma anche un'esercitazione che ha coinvolto 100mila uomini, comprese unità dedicate al controllo di armi nucleari. Non suona casuale l'annuncio, di qualche tempo fa, del vicepremier russo Dmitri Rogozin: entro il 2020 la Russia rinnoverà completamente il suo arsenale di armi atomiche. Mosca pensa in grande, insomma. Non che sia l'unica a farlo: simili esercitazioni, anche in territorio polare, hanno riguardato la stessa Nato. Certamente, però, la rinnovata volontà russa di recuperare un ruolo di primo piano nel mondo è tutt'altro che da sottovalutare. A dimostrarlo, anche il documento presentato da Putin nel luglio 2015 e intitolato «La nuova dottrina del mare", che prevede, per l'Artico, l'entrata in funzione tra il 2017 e il 2020 di tre nuovi rompighiaccio nucleari. Da ciò si capirà il motivo per cui Rogozin ha ribattezzato la regione la «Mecca russa»: un nome, una promessa. 

Mar Nero
Altro punto strategico per Mosca: il Mar Nero. In effetti, è di qualche mese fa la notizia dell’entrata in servizio del Krasnodar, il quarto sommergibile «invisibile» della classe Varshavyanka, dotato di efficaci sistemi d’arma e speciale silenziosità. Si tratta di un «pacchetto» di sei sommergibili derivati dalla «vecchia» classe Kilo, entrata in servizio nei primi anni Ottanta del secolo scorso nella Marina sovietica. La novità è di rilievo, dal punto di vista gepolitico e strategico. Perché la militarizzazione del Mar Nero è fondamentale e necessaria per la protezione degli interessi russi in Crimea. Per stabilizzare il proprio controllo sulla penisola, infatti, la Russia dovrà sempre più impegnarsi a garantire l'approvigionamento energetico della regione: argomento particolarmente spinoso, visto che l’Ucraina non risolve i problemi tecnici della regolare erogazione e Mosca è costretta ad accelerare l’implementazione dei suoi progetti logistici tramite la costruzione di linee di rifornimento sottomarine nello stretto di Kerch. Secondo i grandi progetti del Cremlino, l’isolamento logistico dovrebbe essere risolto entro il 2019, grazie alla costruzione di un grandioso ponte dotato di autostrada e ferrovia che colleghi la Crimea al resto della Federazione permettendo il passaggio delle navi da e per i porti del Mar d’Azov (Mariupol e Berdyansk). Ma perché tutto ciò sia realizzabile, la Russia sarà costretta a implementare politiche di sicurezza navali nel quadrante nord-est del Mar Nero, per proteggere le importanti piattaforme estrattive offshore e a garantire la realizzazione dei propri ambiziosi progetti. Lo scenario probabile è l'estensione della crisi ucraina ai mari, e nuovi possibili scintille con Ankara. 

Cina
Vi è anche un terzo fronte, anche se non strettamente militare: la Cina. Perché il Dragone dagli occhi a mandorla è pronto a istituire fondi di investimento per lo sviluppo regionale russo-cinese, che darà appoggio nella realizzazione dei progetti in Estremo Oriente. Si tratta della collaborazione nei settori della logistica portuale, dell'avanzata lavorazione delle risorse e della produzione agricola, della formazione e della scienza, del turismo, della costruzione di hotel, delle infrastrutture dei trasporti. Le implicazioni di tale progetto vanno al di là della semplice collaborazione economica tra le due potenze. Del resto, si sa, la vicinanza tra Mosca e Pechino è forse lo scenario che più preoccupa gli Stati Uniti. A tutto ciò, naturalmente, si deve aggiungere il Medio Oriente, e in particolar modo la Siria, fronte su cui si è giocato il riscatto di Mosca, e su cui è vitale, dunque, mantenere una posizione di primo piano. Come si vede, il 2016 si prospetta per la Russia un anno colmo di sfide.