12 luglio 2020
Aggiornato 05:00
Tempo di bilanci, tempo di speranze

2015, l'anno delle crisi. 2016, l'anno delle opportunità

Se si può descrivere con una parola l'anno appena trascorso, questa parola è «crisi». Dalla crisi migratoria a quella greca, passando per quella siriana e libica, il 2015 è stato caratterizzato da numerose sfide sottoposte alla comunità internazionale. Crisi che - e questa è l'altra faccia della medaglia - possono trasformarsi in opportunità

ROMA – Con l’avvicinarsi della mezzanotte del 31 dicembre, è tempo di bilanci: e per questo 2015 ormai appena trascorso, in quanto alla politica estera e alle relazioni internazionali, c’è decisamente molto da dire. Se si potesse riassumere gli scorsi dodici mesi in una parola, quella parola sarebbe «crisi»: mai così tante crisi internazionali hanno interessato l’umanità in una sola annata dal dopoguerra ad oggi. Lo scenario globale dell’ultimo anno è stato infatti quanto mai frammentato e percorso da forti tensioni, sia che si trattasse di forze centrifughe o centripete. Da un lato forti spinte alla disgregazione (soprattutto in Medio Oriente), dall’altro disperati tentativi di ri-nazionalizzazione e fortificazione dei confini (specialmente in Europa). Contemporaneamente, il 2015 è stato attraversato da più o meno seri tentativi di risoluzione dei conflitti e delle crisi in corso, tentativi che avranno seguito nel 2016, con esiti tutti da verificare.

1 - Crisi migratoria
L’Alto commissariato ONU per i rifugiati aveva già lanciato l’allarme lo scorso anno: dalla Seconda guerra mondiale non ci sono mai stati così tanti rifugiati, richiedenti l’asilo e sfollati. 60 milioni di persone, quasi ci fosse una seconda Italia nascosta da qualche parte nel pianeta. La stima di qualche mese fa era che, entro fine anno, si sarebbe sfiorato il milione di domande d’asilo: stima già abbondantemente superata. La destinazione principale è stata la Germania, che ha accolto quasi un terzo dei rifugiati. L’Europa si è sentita destabilizzata, quasi invasa da questo flusso senza precedenti, al punto che nel 2015 si sono moltiplicati anche i muri e si è messo in forte discussione il sistema di Schengen, uno dei pilastri dell’Unione europea. Contemporaneamente, però, il Vecchio Continente si è anche interrogato, come mai prima, su quale risposta dare alla crisi, individuando la necessità di concertare un sistema d’asilo integrato e dialogante. I risultati sono ancora – bisogna dirlo – molto modesti: il sistema di quote obbligatorie, ma tenacemente rifiutate da alcuni Stati (specialmente dell’Est), fatica a funzionare; il trattato di Dublino è formalmente ancora valido, ma ha mostrato nel tempo tutti i suoi limiti; la totale mancanza di vie legali e sicure di immigrazione obbliga ancora i migranti ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli; le forti resistenze ideologiche erigono muri ben più resistenti di quelli fisici. Eppure, il 2015 è stato l’anno della presa di coscienza: ad oggi tutti gli europei – comunque la pensino in proposito – sanno che voltare la testa dall’altra parte è improponibile. E, visti i precedenti, è già un discreto risultato.

2 - Crisi greca
La «tragedia greca» ha imperversato sui media di tutta Europa (e non solo) nei mesi estivi. La vittoria elettorale di Alexis Tsipras a gennaio aveva diffuso la speranza che si potesse presto creare una «sponda» di Paesi del Sud pronti a fare la voce grossa con Berlino su quella dittatura dell’austerity che – Atene ne è la dimostrazione – ha fatto danni irreparabili. L’apice della speranza lo si è toccato lo scorso 5 luglio, quando il popolo greco, convocato a referendum, ha opposto un dignitoso «no» al piano di «salvataggio» di Bruxelles. Eppure, le speranze sono state presto deluse: in agosto, il premier Tsipras è stato costretto ad apporre la sua firma a un accordo «lacrime e sangue» che ha letteralmente sottratto alla Grecia ogni briciola di sovranità. Un compromesso difficile, che ha letteralmente frantumato Syriza e portato il premier alle dimissioni. Tsipras, lo sappiamo tutti, è stato rieletto; ma non per questo la crisi può dirsi risolta. Da allora, sulla tragedia greca  è calato un impietoso quanto ingiustificato silenzio dei media main stream, ma i tempi, per Atene, sono ancora estremamente difficili. E, a quanto pare, lo saranno ancora a lungo.

3 - Crisi dei partiti tradizionali in Europa e dell'«idea» di Europa
Il 2015 è stato anche l’anno in cui la fiducia nell’Unione europea e nelle trite politiche nazionali si è evidentemente sgretolata sotto i colpi di un montante «populismo», che ha ottenuto risultati storici nelle competizioni elettorali del Vecchio Continente. Intendiamoci: «populista» è una definizione ambigua, spesso imprecisa e superficiale, attribuita variamente a formazioni molto diverse tra loro. Ad ogni modo, che si sia trattato di Syriza in Grecia, dell’estrema destra est-europea, di Marine Le Pen o di Podemos in Spagna, un tratto in comune esiste: tutti quei movimenti si sono formati sulle ceneri dei partiti tradizionali, spesso arroccati su una cieca fedeltà a Bruxelles o sugli interessi di poche élites, e sempre più lontani dalle esigenze reali dei cittadini. Una politica sempre più svincolata dalla base, che ha totalmente perso ogni rapporto con il «popolo»: non è un caso che il cosiddetto «populismo» sia stata la reazione. Ma per capire dove questo trend ci porterà, se a sgretolare definitivamente i gloriosi progetti di integrazione europea o se a un loro positivo ripensamento, dobbiamo aspettare almeno l'anno che verrà.

4 - Crisi siriana e libica
Il 2015 è stato anche un anno colmo di conflitti, di cui molti (come quello in Yemen) ingiustamente tenuti lontani dai riflettori. La crisi in Siria e quella in Libia, però, sembrano ormai giunte a un punto di svolta. In Siria, l’intervento di Vladimir Putin a fianco del regime di Damasco ha letteralmente scombinato gli equilibri internazionali: e non solo perché ha riabilitato la Russia a potenza internazionale – da tempo tenuta in isolamento a causa della crisi ucraina –, ma anche perché ha costretto le potenze occidentali a ripensare da cima a fondo la propria strategia (o meglio, non-strategia) a proposito di un conflitto che dura ormai da cinque anni. Così, la guerra siriana è divenuta il terreno su cui Barack Obama da un lato e Vladimir Putin dall’altro hanno misurato le proprie divergenze, fino (pare) ad arrivare a un compromesso: un tavolo negoziale che si terrà a Ginevra e che riunirà amici e oppositori del regime, con un periodo di transizione al termine del quale Bashar al Assad (anch’esso in parte riabilitato dall’intervento russo) dovrà lasciare il potere. Ma la Siria è stata anche l'orizzonte in cui gli equilibri dello scenario geopolitico globale si stanno ridisegnando, con una Russia sempre più influente a livello internazionale, nuove, pericolose tensioni con la Turchia e un Occidente che non può evitare di ripensare al proprio ruolo nel mondo. Il tutto, naturalmente, accompagnato da una lotta all’Isis che, da dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre scorso, ha visto scendere in campo molte potenze europee fino ad allora riluttanti all'intervento. Quanto alla Libia, il 17 dicembre scorso le diverse fazioni hanno finalmente firmato un accordo sulla road map concertata dall’Onu per il Paese: accordo la cui riuscita non è affatto garantita, ma che costituisce un primo passo per mettere fine al caos scoppiato dopo lo scellerato intervento occidentale del 2011, che ha offerto un terreno particolarmente fertile alla proliferazione del fondamentalismo.

5 - Terrorismo
L’anno quasi passato si è aperto e chiuso con un attentato di ispirazione jihadista nel cuore dell’Europa: a Parigi. Il 2015, con le stragi di Charlie Hebdo e l’attacco alla Francia del 13 novembre, con i due attentati sanguinari in Tunisia, con il proliferare del fenomeno dei foreign fighters e le sempre più spaventose minacce dell’Isis ai Paesi occidentali, ci ha dimostrato che l’Europa, e l’Occidente in generale, non è immune al terrore, e ci ha spinti a riflettere su quale sia la risposta più adeguata: se le bombe, la prudenza trasformata in ossessione, la limitazione di diritti e libertà, la chiusura delle frontiere; oppure, la difesa dei nostri valori, una sempre maggiore cooperazione internazionale e la costruzione di nuovi obiettivi di accoglienza e integrazione. Ma sarebbe riduttivo parlare di terrorismo riferendosi solo all’Occidente: perché le prime vittime di attentati nel mondo sono musulmani; perché i Paesi più dilaniati dal fenomeno sono l’Afghanistan, l’Iraq, la Nigeria, il Pakistan e la Siria, che hanno seppellito il 78% delle vittime totali. La dimostrazione più evidente, questa, del fatto che l’argomento dello «scontro di civiltà» è del tutto superficiale e inadeguato per descrivere il fenomeno. E del fatto che, usandolo, non facciamo altro che cadere nella trappola dei terroristi.

L’elenco, è chiaro, risulta necessariamente incompleto. Nessun cenno allo Yemen, dove una vergognosa guerra sta uccidendo migliaia di persone nel colpevole silenzio della comunità internazionale; nessun cenno al Medio Oriente, dove l’intifada dei coltelli e la muscolare reazione di Israele sta continuando a mietere vittime e seminare odio; nessun cenno ai molti Paesi africani dilaniati dalla dittatura, dalla guerra e dalla povertà; nessun cenno ai tanti accordi storici firmati negli scorsi dodici mesi: dal TTIP/TTP al nucleare iraniano, fino ad arrivare all’accordo sul clima. Ma alla fotografia un po’ superficialmente scattata è doveroso aggiungere una postilla. La parola «crisi» ha etimologicamente un significato più complesso di quello normalmente enunciato: crisi è sì lo sconvolgimento dello status quo, ma anche l’opportunità di raggiungere un nuovo ordine, possibilmente più positivo del precedente. Così, in questo tempo di bilanci ma anche di speranze e buoni propositi, è lecito augurarsi che in quelle crisi si celi anche il rovescio della medaglia: l’opportunità, finalmente, di superarle. Ma questa è (per ora) un’altra storia.