24 ottobre 2019
Aggiornato 00:30
La crisi siriana

Assad da Putin scatena le diplomazie

Non si erano mai tanto telefonati e visti come in questi giorni: dopo anni di silenzi sulla Siria, le diplomazie di Usa, Russia, Arabia Saudita e Turchia schiacciano sul pedale dell'accelerazione e danno vita a un'intensa rete di contatti che potrebbe preludere a una qualche soluzione.

Bashar al-Assad con Vladimir Putin
Bashar al-Assad con Vladimir Putin ANSA

MOSCA - Non si erano mai tanto telefonati e visti come in questi giorni: dopo anni di silenzi sulla Siria, le diplomazie di Usa, Russia, Arabia Saudita e Turchia schiacciano sul pedale dell'accelerazione e danno vita a un'intensa rete di contatti che potrebbe preludere a una qualche soluzione. L'appuntamento è per venerdì a Vienna, per i rispettivi ministri degli Esteri. Resta tuttavia un enorme punto interrogativo sul piatto: che fine farà Bashar Assad? Mosca non parla di un'uscita dai giochi del discusso leader siriano, anzi apparentemente, la sua apparizione di ieri al Cremlino, con cena ma senza brindisi, vorrebbe legittimarlo. Tuttavia l'altrettanto apparente laissez-faire americano - da ultimo l'accordo per la sicurezza nei cieli siriani con Mosca - potrebbe preludere tutt'altro.

Anzi gli Usa da sempre contrari ad Assad, lo hanno detto chiaramente ieri: il vice portavoce del Dipartimento di Stato Mark C. Toner ha spiegato che il presidente siriano «non deve lasciare domani o il giorno dopo», ma non potrà far parte del prossimo governo della Siria. Chiedendo alla «Russia, di cercare di esercitare pressioni su Assad per convincerlo di avviare un processo» di ricostruzione. Dopo poco più di 24 ore è arrivata la notizia del viaggio del presidente siriano a Mosca e dei prolungati colloqui al Cremlino incentrati «sulla situazione in Siria e sui piani per il futuro».

Poi le molteplici telefonate: Vladimir Putin ha chiamato il collega turco Recep Tayyip Erdogan (che era stato a Mosca a settembre per l'inaugurazione della grande Moschea, prima del viaggio di Putin a New York e dell'incontro con Barack Obama), il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud, il re Abdullah II di Giordania, il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Mentre sempre nel pomeriggio il capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry ha sentito l'omologo russo Sergey Lavrov e con quella conversazione è stata fissata e ufficializzata la data di venerdì, del quartetto a Vienna.

Il tutto mentre sui dossier ucraini - sui quali Russia e Usa hanno duellato per anni - i riflettori si spengono inesorabilmente: sempre meno interesse per una situazione che miracolosamente, dopo 24 mesi di crisi, potrebbe avviarsi verso una qualche soluzione reale. Mentre nei giorni scorsi, Afp batteva «Next stop Syria?», spiegando che dal momento che i «combattimenti scemano in Ucraina orientale, i ribelli filo-russe stanno valutando altre opzioni: attendere che il conflitto a riprenda, tornare alla vita civile o addirittura spostarsi in Siria, devastata dalla guerra».

Ora molto dipenderà da come andrà il venerdì viennese. Una fonte del ministero degli Esteri russo ha detto che Mosca non è contraria al fatto che altri Paesi si uniscano ai contatti sulla Siria. Tuttavia, se ci saranno Turchia e Arabia Saudita, balza all'occhio l'assenza di Iran e Qatar, variamente interessati dal conflitto. In particolare il ministro degli Esteri del Qatar, Khalid al Attiyah in queste ore non ha escluso un'invasione militare della Siria. «Insieme con i nostri fratelli sauditi e la Turchia non escludiamo alcuna ipotesi di difendere il popolo siriano», ha detto in un'intervista alla Cnn araba. Pur precisando di credere nella pace e nel dialogo.

L'Iran, alleato della Russia, invece resta coinvolto nel 'cervellone' con sede a Baghdad per la codificazione dei dati di Intelligence sui movimenti dell'Isis. Oggi Mosca ha inoltre lasciato aperta l'ipotesi di un prestito da 5 miliardi dollari per infrastrutture e ricerca geologica per Teheran: un passo che potrebbe rafforzare ulteriormente l'asse russo-iraniano.