18 ottobre 2019
Aggiornato 05:30
Dopo il tragico attentato del 10 ottobre

Tutti i motivi per cui Erdogan ha fallito e la Turchia è nel caos

L'attentato dello scorso 10 ottobre conferma l'impressione di un Paese sull'orlo del precipizio: lontani i tempi in cui Erdogan e Davutoğlu sembravano destinati a restaurare l'antica grandezza ottomana

ANKARA – E’ stato l’attentato più drammatico della storia del Paese, quello che il 10 ottobre ha colpito Ankara, causando un centinaio di morti e 165 feriti. Una tragedia per certi versi annunciata, visto l’autentico stato di caos in cui versa ultimamente la Turchia di Tayyp Recep Erdogan. Quello che infatti, nelle intenzioni sue e del primo ministro Ahmet Davutoğlu, sarebbe dovuto diventare il faro del Medio Oriente è oggi un Paese sull’orlo del precipizio, con un processo di pace con i crudi miseramente fallito, un governo instabile che si giocherà il tutto per tutto nelle nuove elezioni, un’economia che non cresce e un presidente che non rinuncia ad ambizioni quasi smisurate. La situazione è talmente complessa che c’è anche chi non crede che l’attentato sia opera, come nel caso di Suruc, dei jihadisti dell’Isis, ex «amici» del «sultano» che non avrebbero apprezzato la sua, seppur timida, svolta anti-Califfato. Il sospetto è che Recep Tayyip Erdoğan abbia scelto la strategia della tensione per vincere le elezioni legislative del 1 novembre, e che dunque alcuni suoi sostenitori siano responsabili di quanto accaduto. Un’opzione improbabile, ma, purtroppo, anche difficile da escludere.

Quando Ankara sembrava destinata a dominare il Medio Oriente
Di certo, quando il 26 aprile 2012 l’allora ministro degli Esteri Davutoğlu pronunciò, davanti al Parlamento, la frase «Noi saremo i padroni, i pionieri e i servitori di questo nuovo Medio Oriente», lui e il suo «superiore» Erdogan avevano in mente un progetto geopolitico in grande stile. All’inizio del 2012, la Turchia sembrava aver raggiunto lo status di potenza regionale, in balia di quella che pareva una «quarta ondata di democratizzazione». Erdogan celebrò il suo trionfo nelle elezioni politiche del 2011 con il famoso «discorso del balcone», in cui proponeva esplicitamente la Turchia come guida per i Paesi dell’area mediorientale: «Sarajevo ha vinto come Istanbul, Beirut ha vinto come Izmir, Damasco ha vinto come Ankara, Rāmallāh, Nāblus, Ğanīn, la Cisgiordania e Gerusalemme hanno vinto come Diyarbakır», aveva detto, celebrando un  revival di orgoglio ottomano. Quella di Ankara pareva una missione storica inevitabile, da praticare ben al di là dei semplici confini della Repubblica. Non a caso, poco dopo essere stato eletto, Erdogan si recò in Egitto, accolto da un tripudio di ritratti bandiere turche. Pochi mesi dopo, un sondaggio sancì l’affetto che gli egiziani provavano per il primo ministro turco, in termini assoluti il leader più apprezzato dopo Sadat e Nasser. A quei tempi, Erdogan riteneva che anche in Siria avrebbe potuto giocare un ruolo di primo piano, convinto che Assad fosse sul punto di cadere. La storia, però, ha sconfessato le sue speranze.

Oggi, il caos
A quattro anni di distanza, infatti, le cose sono molto diverse. In quanto al progetto di democratizzazione, pare miseramente fallito sotto il peso delle aspirazioni da novello sultano di Erdogan, e dal bavaglio imposto ai giornalisti e all’opposizione. Così, quelle speranze che l’Akp catalizzò all’epoca delle prime elezioni, nel 2015 sono state rovesciate sulla «nemica» Hdp di Selahattin Demirtaş. In più, il colpo di Stato del 3 luglio 2013 in Egitto non solo ha posto fine alla fulminea esperienza governativa dei Fratelli Musulmani, ma ha anche determinato la crisi più grave nelle relazioni tra Ankara e Il Cairo dagli anni Trenta del XIX secolo.  A livello economico, le cose non vanno meglio: dopo un rimbalzo al 4,2% nel 2013, nel 2014, come nel 2012 (2,1%), la crescita del Pil turco si è attestata al di sotto del 3% (2,9%), e nel 2015 le previsioni saranno probabilmente riviste al ribasso.

Con l'Isis nemici amici
Come se non bastasse, l’ambigua politica nei confronti dello Stato Islamico e di altre organizzazioni jihadiste impegnate nella guerra civile siriana ha di molto compromesso l’immagine di Ankara in Occidente. Non è un caso che, secondo i dati del rapporto annuale sulla «percezione della Turchia in Medio Oriente» pubblicato dalla Fondazione turca per gli studi economici e sociali (Tesev), tra il 2011 e il 2013 (ultimo anno per cui l’analisi è disponibile) la percentuale dell’opinione pubblica mediorientale che giudica positiva l’influenza della Turchia sulla «primavera araba» è crollata dal 56 al 37%. Nello stesso periodo, la percentuale di coloro che hanno una visione positiva della Turchia è precipitata dal 78 al 59%29. Se i dati fossero aggiornati ad oggi, sarebbero quasi certamente ancora più negativi.

La pace lontana
In più, il collasso del processo di pace con i curdi non può che peggiorare le cose. Le conseguenze politiche del risultato senza precedenti ottenuto nelle scorse elezioni dall’Hdp di Demirtas non sono indifferenti: Erdogan, per la prima volta in tredici anni, ha visto traballare la sua egemonia, e ha dato inizio a una vera e propria «caccia al curdo» sapientemente dissimulata dai bombardamenti contro l’Isis. Se a ciò si aggiuge la crisi con l’alleato americano, anche a seguito delle piccate critiche Usa alla «repressione» della rivolta di Gezı Park e alla «retromarcia» di Obama nei confronti di Assad, si avrà un quadro generale del caos in cui la Turchia versa attualmente. Una Turchia che tra qualche settimana sarà chiamata di nuovo alle urne, ma dove i fronti aperti di tensione sono straordinariamente numerosi e intricati per immaginare un rapido lieto fine. A suggello di tutto ciò è giunto l’attentato di due giorni fa, simbolicamente avvenuto durante una manifestazione per la pace. Un emblema di come, per Ankara, la «pace» sia incredibilmente lontana.