23 gennaio 2020
Aggiornato 02:00
A un anno dall'abbattimento del volo in Ucraina orientale

Volo MH17, quello che in Occidente non ci dicono

«Sono stati i filorussi»: questa, la versione accreditata dall'Occidente. Eppure, tante, troppe sono le incongruenze sull'abbattimento dell'MH17 della Malaysia Airlines, che costò la vita a 298 persone. Persone che la propaganda e la disinformazione rischiano di uccidere per la seconda volta

KIEV – È di ieri la notizia del ritrovamento di tracce di missili di fabbricazione russa Buk nel contesto del terribile disastro aereo avvenuto nell’Ucraina orientale ormai più di un anno fa, costato la vita a 298 persone. E ancora oggi, le versioni su come quell’MH17 della Malaysia Airlines fu davvero abbattuto in quel maledetto giorno di luglio si sprecano, prestando il fianco a precise strategie propagandistiche. Una cosa è certa: i media occidentali fanno di tutto per addossare la responsabilità ai filorussi e indirettamente a Mosca, ma la verità è che troppi punti della vicenda rimangono avvolti nell mistero.

Quale trasparenza?
La notizia di ieri è giunta a coronamento di un processo di indagine che sarebbe doveroso definire perlomeno «ambiguo», nonostante, con la risoluzione del 21 luglio 2014, l’Onu abbia chiesto di stabilire una «piena, approfondita e indipendente indagine internazionale». Il solo fatto che la Malesia sia stata ammessa nella commissione di indagine all’ultimo, solo dopo aver siglato un accordo di riservatezza, desta particolare stupore, considerando la nazionalità della compagnia aerea, la destinazione del volo (Kuala Lumpur) e il numero dei cittadini malesi morti (43). In più, come già ricordato (tra gli altri) da Giulietto Chiesa, il 30 Agosto 2014 i quattro Stati del Joint Investigation Team (Paesi Bassi, Ucraina, Australia e Belgio) avrebbero siglato un accordo segreto, introducendo un diritto di veto sulla divulgazione delle notizie e dei risultati delle indagini. Perché tanta riservatezza, se l’unica preoccupazione degli «investigatori» è la trasparenza delle indagini? La domanda è lecita, nonostante il mainstream occidentale sembri non porsela minimamente.

Il ruolo di Washington
Lo stesso Paul Craig Roberts, ex Assistente Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ha illustrato a Russia Today le sue perplessità a proposito della vicenda. Innanzitutto Washington, che disponeva di un satellite spia direttamente sopra la zona, si rifiuta di consegnare le sue informazioni. Così, l'unica testimonianza che abbiamo proviene dai russi, i quali sostengono che se l'abbattimento fosse da imputare ad un missile terra aria, il sistema di Buk, il radar di Rostov lo avrebbe captato, cosa che non è accaduta. Per Roberts, addirittura, tutta la vicenda sarebbe servita a Washington da «casus belli» ad hoc per rompere le relazioni con Mosca, giustificando le sanzioni. Gli Stati Uniti, spiega, si basano sulla «dottrina Wolfowitz», secondo cui con il crollo dell'Unione Sovietica non esisterebbero più restrizioni sulla capacità di Washington di agire unilateralmente in qualsiasi parte del mondo. Ma Putin ha portato la Russia ad essere nuovamente un Paese formidabile, un Paese con potere economico e militare: un ostacolo da rimuovere.

Perché...?
Che sia davvero così o meno, l'ardua sentenza rimarrà ai posteri. In ogni caso, è evidente che la situazione sia tutt’altro che chiara. A dimostrarlo, il fatto che le cinque icastiche domande pubblicate di recente dall’agenzia russa Ria Novosti rimangono irrimediabilmente senza risposta. Domande che è bene ripubblicare, se non altro perché, senza la pretesa di possedere la verità (quella, ahimé, potrebbe non uscire mai), si rimanga perlomeno vigili sui tanti elementi che, di tutta questa storia, non quadrano, nonostante le rassicuranti versioni propinateci dalla stampa occidentale. «Perché il Boeing ha deviato la rotta? Perché non vengono pubblicati tutti i documenti sulle indagini? Perché l’Ucraina non ha diffuso i dati sulle attività della sua aviazione quel giorno? Perché l'intelligence americana non ha pubblicato le prove contro i filorussi? Perché la versione degli investigatori olandesi non è supportata da testimonianze?» Probabilmente, ai parenti delle 298 vittime, questi «perché» rimarranno scolpiti nel cuore e nella mente per tutta la vita.