13 novembre 2019
Aggiornato 02:30
Dopo i tre attentati di venerdì

Tunisia, Francia, Kuwait: come l’Isis sceglie le sue vittime

A pochissimi giorni dall'anniversario della proclamazione del Califfato, l'Isis ha celebrato la ricorrenza a modo suo. I tre attentati di venerdì hanno sconvolto tre Paesi apparentemente diversi tra loro, ma in realtà tutti e tre, per ragioni diverse, importanti obiettivi dello Stato islamico

TUNISI – Mancavano pochi giorni all’anniversario della proclamazione del Califfato nero (29 giugno 2014), e l’Isis l’ha «celebrato» a modo suo. I tre attentati dello scorso venerdì hanno riportato il terrore al centro della scena, dopo giorni in cui lo Stato islamico sembrava retrocedere sul terreno sospinto dalla determinazione curda. Ma perché proprio Francia, Tunisia e Kuwait? Esiste un filo rosso che lega Paesi apparentemente tanto diversi?

Il filo rosso che lega tre continenti
Per l’Is il filo c’è. Gli attacchi sono avvenuti a tre giorni dall’annuncio del portavoce dell’organizzazione, Abu Muhammad al–Adnani, che invitava a colpire «crociati, sciiti e apostati». Se fosse accertata la responsabilità dell’Is in tutti e tre i casi, l’invito sarebbe stato raccolto: da un lato i crociati francesi, in prima linea nella coalizione che combatte lo Stato islamico in Siria e in Iraq; dall’altro gli sciiti del Kuwait, consistente minoranza legata a quella irachena in lotta con l’Is; infine gli apostati tunisini, impegnati in una difficile transizione democratica che, seppur irta di ostacoli, non è certo vista di buon occhio dal Califfato. E se per la Francia, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe trattato di «lupi solitari» – a dimostrazione dell’attrattiva mediatica e strategica esercitata dall’Is –, per il Kuwait il tentativo sarebbe quello di trasformare le monarchie del Golfo in nuovi teatri di crisi, radicalizzando le tensioni tra sciiti e sunniti come avvenuto in Iraq.

Tunisia obiettivo prediletto
Ma è la Tunisia a costituire, per Limes, una «priorità dello Stato islamico». A tre mesi dall’attentato al Bardo, il nuovo attacco dimostra come il Paese sia al centro di una guerra tra fazioni contrapposte all’interno del campo jihadista. L’attentato è stato ancor più sanguinario e spettacolare del suo antecedente: il jihadista sarebbe infatti arrivato in gommone, con il kalashnikov nascosto nell’ombrellone, e avrebbe iniziato a sparare ai bagnanti. Non casuali neppure le località prescelte: Tunisi, il cuore pulsante del Paese, e Souisse, il suo cuore economico, al centro di un piano di potenziamento della sicurezza negli stabilimenti balneari. Il colpo è stato inferto all’economia del Paese, che si nutre di turismo. Già l’attentato del Bardo ha causato un drastico calo delle presenze straniere rispetto a un anno fa, e c’è da aspettarsi che quello di venerdì abbia terminato il lavoro.

Is vs democrazia
Secondo Le figaro,  la Tunisia è da tempo tra gli obiettivi prediletti dall’Is, non tanto come terreno di conquista, ma in quanto rappresentante di quella «chance democratica» (con tutti i suoi limiti) per il mondo arabo che il Califfato è determinato a mandare in pezzi. E la tattica dell’Is è particolarmente astuta. Il presidente Beji Caid Essebsi, infatti, ha già promesso di applicare contromisure restrittive e straordinarie, tra cui la chiusura di 80 moschee. Il pericolo è che la neonata democrazia tunisina ecceda sul lato autoritario, dando inconsciamente all’Is il più grosso aiuto che potrebbe offrirgli: perché è la democrazia il reale antidoto per combattere il fondamentalismo. Secondo Stefano Torelli, ricercatore dell’Ispi, «la sfida è sempre quella di combattere il jihadismo con risultati politici ed economici, piuttosto che solamente con la repressione». E di certo è una sfida estremamente ambiziosa.