I tre grandi errori di valutazione che fa l'Occidente sulla Russia
La visita di Putin in Italia si è conclusa con la promessa di Berlusconi: subito una mozione per lo stop alle sanzioni. Eppure, l'Occidente sembra deciso a perpetrare la linea dura. Una linea basata su grandi errori di valutazione su Mosca. Ecco quali
ROMA – Alla fine, il co-protagonista della visita in Italia di Vladimir Putin non è stato né Matteo Renzi, né Sergio Mattarella e neppure Papa Francesco. L’ex premier «russofilo» Silvio Berlusconi, infatti, ha chiuso il tour del leader del Cremlino su una promessa che è echeggiata nell’intero blocco occidentale: «Domani presenteremo alla Camera una mozione [...] per non continuare nelle sanzioni verso la Russia».
Gli errori di valutazione dell’Ovest
Eppure, la linea del governo è nota: sì al dialogo, ma l’Italia rimane salda nel «blocco occidentale». Un blocco che, riunito al G7 bavarese, sembra deciso a confermare la linea dura e, se possibile, a renderla ancora più intransigente. Ma per Igor Pellicciari, Professore presso l’Università del Salento e corrispondente di International Affairs, tale atteggiamento sarebbe basato su tre errori di valutazione, che l’Ovest avrebbe evitato «studiando la storia del popolo russo invece di concentrarsi sull’analisi psicologica di Putin».
«Mosca può controllare i ribelli ucraini»
Primo: per i sostenitori delle sanzioni, messa con le spalle al muro, la Russia potrà convincere i ribelli ucraini a moderare la propria azione politico-militare. Per Pellicciari, però, ciò non accadrà, perché Mosca «si pone più come mediatrice rispetto alle istanze dei russofoni in Ucraina che come loro gerarchica coordinatrice». Passo dopo passo, infatti, i ribelli si sarebbero resi autonomi dalla «terra madre», e Mosca, pur di non ammettere di aver scarso controllo su di essi, sarebbe costretta ad asseverare le loro scelte, adattandosi alle decisioni delle leadership russofone. Un modello decentrato di «pax romana», che limita l’efficacia delle direttive verticistiche.
«Mosca cederà sull’onda delle perdite economiche»
Secondo: l’Ovest pensa che la Russia cambierà strategia, sull’onda dell’impatto negativo sull’economia. Ma la fallacia del ragionamento avrebbe un fondamento storico: l’Urss è crollata solo perché non era più sostenibile economicamente. Mosca, cioè, si è sempre mossa più su valutazioni politiche che economiche. «Rispetto all’imperfetta politica imperiale americana – che punta sì a esercitare un potere su Stati terzi, salvo poi presentare il conto del suo intervento – la Russia ha ancora un approccio per così dire imperiale classico: accetta di pagare di tasca propria e per intero gli alti costi delle sue ambizioni di predominio nelle aree di sua influenza».
«Mosca si arrenderà pur di non essere isolata»
Terzo: per l’Occidente, con il «muro contro muro» Mosca cederà pur di non rimanere «isolata». Di nuovo falso. Perché storicamente la Russia non ha mai disdegnato periodi di isolamento, protrattisi fino al collasso dell’Urss. Un’autarchia connessa a uno dei caratteri antropologicamente più radicati nel popolo russo: lo spirito di sacrificio che si risveglia nei momenti più difficili. La storia della Russia è attraversata da un complesso di inferiorità verso l’Europa, da cui si è sempre attesa legittimazione. Complesso che, d’altra parte, ha fatto scattare l’«orgoglio», spingendola verso scelte di reazione: basti guardare i recenti accordi stretti con la Cina. In altre parole, Mosca sarebbe perfettamente in grado di trasformare in realtà la minaccia di attuare contromisure estreme verso l’Europa, pur nella consapevolezza dell’alto costo che ciò comporterà per se stessa. Un costo che, però, sarebbe assolutamente disposta a sostenere.
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