23 ottobre 2019
Aggiornato 04:00
Akp dovrà governare in coalizione

Turchia, sconfitto l'autoritarismo di Erdogan o l'avvicinamento all'Europa?

Con il 41% dei voti, l'Akp perde la maggioranza assoluta e deve far fronte all'entrata dei curdi in Parlamento. Un duro colpo per i «sogni autoritari» del presidente Erdogan, ma anche, forse, per le riforme che avrebbero favorito l'entrata della Turchia nell'Ue

ANKARALo si era annunciato: queste sarebbero state le elezioni turche più incerte degli ultimi tempi, come per il Regno Unito il mese scorso. Ma se alla fine Cameron è riuscito a spuntarla, non si può dire lo stesso per Recep Tayyip Erdogan: con il 41% dei voti, l’Akp dovrà formare un governo di coalizione, mentre il partito curdo, l’Hdp, superando il 10%, si è assicurato per la prima volta una rappresentanza parlamentare sulla scia dell’irrisolta questione geopolitica.

Autoritarismo di Erdogan causa del calo di popolarità?
Queste elezioni sono state innanzitutto un referendum sull’Akp – che ha dominato la scena politica negli ultimi 13 anni – e su Erdogan stesso, il cui obiettivo sarebbe stato quello di introdurre un sistema presidenziale che gli avrebbe conferito poteri, si è detto, quasi «imperiali». Da quando, nell’agosto 2014, è stato eletto presidente della repubblica, Erdogan non ha mancato di influire sul governo, rimanendo di fatto il leader indiscusso dell’Akp nonostante il cambio al vertice. Ma il calo di popolarità dell’Akp è cresciuto di pari passo con l’atteggiamento autoritario di Erdogan: la stretta sulla libertà di stampa ha contribuito ad alienare parte dell’elettorato moderato che all’inizio guardava con favore le riforme avviate dal partito.

Allucinazioni neo-imperiali?
Le accuse di «autoritarismo» hanno giocato un ruolo importante. Secondo Yosuf Kanli, penna del quotidiano turco Hurryet Daily News, Ankara si è effettivamente trovata alle soglie di una «seconda guerra di liberazione», topos della retorica elettorale di Erdogan. Ma, a differenza di come la intendeva il presidente, per Kanli la liberazione sarebbe dovuta avvenire, alle urne, dalle «allucinazioni neo-imperiali» del già numero uno dell’Akp, per salvare l’eredità repubblicana del Paese. Per il giornalista, il voto di ieri sarebbe stata «l’ultima via d’uscita prima della dittatura».

Europa sempre più lontana?
Di avviso diverso il deputato Udc Luca Volonté, che, su ilsussidiario.net, ha riconosciuto i sistematici attacchi dei media europei contro il «regime dittatoriale» di Erdogan come parte di una strategia ben precisa. «L’Akp cerca il 51% dei voti per portare avanti le riforme che l’Europa e gli organismi internazionali aspettano da dieci anni», ha scritto Volonté. «Ma l’Europa e gli organi internazionali vogliono davvero che quelle riforme vengano effettuate, o preferiscono aspettare ancora?». In altre parole: possono considerarsi casuali il sostegno al partito curdo da parte dei media europei e il loro attacco ad Erdogan, quando l’Akp sarebbe l’unico partito in grado di garantire le riforme necessarie all’entrata della Turchia nell’Ue, riforme che i curdi probabilmente bloccheranno?

Turchia «isolata»
Come osserva un dossier dell’Ispi, però, c’è da sottolineare come la politica estera turca sia stata, da dopo le primavere arabe, sempre meno orientata all’Europa, e sempre più (seppur non sempre efficacemente) verso lo scenario mediorientale, anche attraverso il sostegno ideologico alla Fratellanza musulmana. Prima ancora che l’entrata nell’Ue, gli obiettivi del premier Ahmet Davutoğlu sono stati far cadere Assad in Siria – più difficile del previsto –, contenere lo Stato Islamico, e prevenire la formazione di uno stato curdo, soprattutto ora che i curdi sono in prima linea contro l’Isis. Insomma, le trattative ci sono ancora, ma l’entrata della Turchia nell’Ue pare sempre più lontana. A maggior ragione – secondo alcuni – dopo il risultato di queste elezioni.