20 ottobre 2019
Aggiornato 07:30
Il voto è frutto dell'astuta strategia del «sultano»

Perché i turchi hanno incoronato ancora Erdogan, nonostante tutto

Il dado è tratto: Tayyp Recep Erdogan, sfiorando il 50% dei voti, ha la maggioranza assoluta. Nonostante bavagli, evidenti e scandalosi tentativi di silenziare l'opposizione e scelte-kamikaze per il Paese. Perché, allora, i turchi lo hanno sostenuto ancora?

ANKARA – C’era chi se lo aspettava e chi no, ma il verdetto è ormai noto: l’Akp di Tayyp Recep Erdogan ha conquistato la tanto sospirata maggioranza assoluta dei voti nelle elezioni di ieri, sfiorando il 50% e portando a casa 316 seggi su 550. Seggi non ancora sufficienti vedere realizzata la riforma super-presidenziale cui Erdogan da tempo aspira, ma di certo utili per governare da soli, senza scomode alleanze che avrebbero potuto intralciare il «sultano». E mentre Erdogan e Davutoglu esultano in patria, i «laici» occhi dell’Occidente, che hanno osservato con apprensione il bavaglio costantemente applicato ai mezzi di informazione e le tante forme di intimidazione praticate dal presidente, si chiedono come gli elettori, con un’affluenza pari al 90%, abbiano potuto incoronarlo ancora, e come l’Hdp possa aver perso quasi un milione di voti da giugno a questa parte. Al netto di qualche dubbio sull’assoluta trasparenza delle elezioni (come nel caso delle precedenti), la risposta sta nella strategia pazientemente studiata e messa in atto dall’astuto sultano. Una strategia giocata tanto sul piano nazionale, quanto su quello internazionale.

L’asso nella manica del sultano
Erdogan, in effetti, ha saputo giocarsi «bene» le sue carte. A dimostrarlo, lo slogan con cui il «sultano» ha accolto il favorevole risultato: «Oggi ha vinto la stabilità», ha detto, facendo riferimento al caos che, nelle ultime settimane, ha letteralmente imperversato nel Paese, con due attentati sanguinosissimi, una sospetta discesa in campo contro l’Isis e una lotta senza quartiere alle tanto odiate aspirazioni curde, a fronte di un processo di pace portato clamorosamente al fallimento. In tale orizzonte, la frase di Erdogan è sibillina: perché, se a suo avviso il trionfo dell’Akp riporterà stabilità nel Paese (improbabile), ciò che di fatto ha condotto il partito alla vittoria è stato proprio il caos. Gli analisti la definiscono «strategia della tensione»: una strategia che il «sultano» ha adottato esattamente dal giorno dopo le ultime elezioni dell’8 giugno, che gli avevano sottratto la maggioranza assoluta e incoronato l’ascesa del partito curdo Hdp. Il messaggio che Erdogan ha da allora inviato ai curdi e non solo è semplice e assertivo: il caos in cui versa il Paese è diretta conseguenza dell’entrata dell’Hdp in Parlamento. L’unica chance di stabilità per la Turchia è consegnare il potere all’Akp.

Tra bavagli e propaganda
Il messaggio sembra essere stato recepito. Nemmeno l’occupazione della sede di due tv vicine all’opposizione a pochi giorni dal voto ha potuto disincentivare gli elettori a scegliere la «stabilità». Il bavaglio e la propaganda sembrano aver funzionato, insieme alla strategia complessiva messa in atto dal sultano. Dopo le scorse elezioni, Erdogan ha infatti conferito a Davutoglu, il premier e suo braccio destro, l’incarico di formare l’esecutivo con un ritardo clamoroso ma ben calcolato, boicottando i colloqui con l’opposizione. Il suo obiettivo era infatti indire nuove elezioni, per potersi riconquistare la maggioranza perduta. In più, sfruttando la fine del cessate-il fuoco con il Pkk curdo dell’11 luglio, l’attentato di Suruc del 20 e la successiva uccisione di due agenti di sicurezza, ha dichiarato guerra contro il «terrorismo», mettendo nel medesimo calderone – per dissimulare le sue reali priorità – Isis e curdi, che sul terreno sono peraltro acerrimi nemici. E mentre il conflitto macinava decine di morti (anche civili), la sua retorica nazionalista si è fortemente inasprita, facendo leva sul concetto di «scontro etnico» e generando un clima da «caccia al curdo». In pratica, rinfocolando aggressivamente le divisioni e le tensioni, al punto da costringere gli elettori a ritenere che soltanto il suo partito avrebbe potuto calmare la situazione. Perciò, quando il 13 ottobre i tifosi riuniti allo stadio di Konya hanno interrotto il minuto di silenzio dedicato ai morti di Ankara con lo storico slogan dei nazionalisti («i martiri sono immortali, la patria è indivisibile»), hanno dimostrato di essere imbevuti al punto giusto della propaganda del sultano: non sono i morti di Ankara che devono essere pianti, ma i «martiri» (agenti della sicurezza) caduti nella lotta contro i «terroristi». Così, il sultano ha continuato ad evitare tenacemente ogni chance di normalizzazione politica del Paese, almeno finché il caos gli avrebbe permesso di dipingersi come unico attore in grado di placarlo.

E ora?
Ovviamente, tra propaganda e verità la distanza è ampissima. Perché il paladino della «stabilità» ha di fronte a sé una situazione potenzialmente esplosiva, che non sembra né adatto né intenzionato a disinnescare. Innanzitutto, lo scenario della secessione del Kurdistan si fa sempre più reale: il nazionalismo curdo non è mai stato così forte, i curdi sono ormai una forza politica unificata, e gli errori commessi da Ankara hanno finito per creare uno scenario «favorevole» ai secessionsti. In più, è bene ricordare come i curdi siano in prima linea nella lotta contro lo Stato islamico, al punto da conquistarsi simpatie e sostegno tanto degli Stati Uniti quanto della Russia. Se infatti gli americani, a metà ottobre, hanno  scaricato su Hasaka 50 tonnellate di armi e munizioni destinate alle milizie curde, lo stesso Putin ha lasciato intendere che anche la Russia potrebbe fornire loro armi. Inoltre, le chance della Turchia di rovesciare Assad sono vicine allo zero, visto che i ribelli sostenuti da Ankara sono stati ormai messi in fuga dalle bombe di Mosca. L’avanzata delle milizie curde potrebbe addirittura far collassare il progetto di gasdotto turco-saudo-qatarino, secondo alcuni vero obiettivo della strategia siriana di Ankara. Per non parlare, poi, degli armeni, che, come dimostrato dall’intervista del loro presidente presidente Ser¸ Sargsyan, non hanno rinunciato alle loro pretese sull’Anatolia orientale. Insomma: che la storia della «stabilità» sia solo uno slogan è piuttosto evidente. Perché c’è da scommettere che il sultano, aspirante super-presidente, userà ogni mezzo – come già ha fatto – per raggiungere i propri obiettivi.