6 ottobre 2022
Aggiornato 23:00
Tra promesse elettorali e impegni con i creditori

Crisi Grecia, a Tsipras si impone la scelta più difficile

Sembrava quasi raggiunto; invece, l'accordo con i creditori è ancora lontano. A quattro mesi dalla sua elezione, Alexis Tsipras ha rispettato poche delle promesse fatte al proprio elettorato, e lo spettro del default è sempre più vicino. Il dilemma è drammatico: tener fede al mandato elettorale, o concludere il famigerato accordo?

ATENE – Sembrava che, finalmente, l’accordo fosse stato raggiunto; eppure, l’ennesimo capitolo dell’interminabile saga ellenica pare non essere ancora quello finale. Nonostante i positivi annunci del premier in persona, è stato il vicepresidente della Commissione europea Vladis Dombrovskis a disilludere l’opinione pubblica, specificando che no, con l’accordo «non ci siamo ancora». Del resto, la sfida assuntasi dall’esecutivo Tsipras è quasi titanica: trovare un compromesso tra le promesse fatte all’elettorato e le rassicurazioni indirizzate alle istituzioni europee e del FMI.

Le promesse all’elettorato
In quanto alla responsabilità verso gli elettori, l’esecutivo avrebbe dovuto promuovere innanzitutto un incremento dell’assistenza sociale, con l’aumento del salario minimo e del sussidio di disoccupazione, un migliorato accesso alla sanità pubblica per i meno abbienti e la regolamentazione del mercato del lavoro con l’estensione dei contratti collettivi. Eppure, la crisi non è lo scenario più favorevole per far promesse, soprattutto con un’ulteriore riduzione del Pil dello 0,2%, un tasso di disoccupazione a oltre il 25%, e una previsione di crescita massima allo 0,5%. E sebbene a marzo il Parlamento greco abbia approvato un «pacchetto anti-povertà» stimato intorno ai 200 milioni di euro, che prevede la distribuzione di sussidi alimentari a circa 300.000 persone, indennità di affitto per 30.000 famiglie e fornitura gratuita di energia elettrica ai nuclei familiari più poveri, gli altri punti del programma sono ancora ben lungi dal potersi dire realizzati.

Il tira e molla con i creditori
Sul fronte delle istituzioni europee, poi, senza dubbio Tsipras ha dato loro del filo da torcere. Con un debito che, secondo le stime, nel corso del 2015 supererà il 180% del Pil, la Grecia deve 21 miliardi di euro al FMI e 27 miliardi alla Bce. A fine febbraio, il ministro delle finanze Yanis Varoufakis è riuscito a negoziare l’estensione del piano di salvataggio: fondi sbloccati per 1,8 miliardi di euro, a condizione che Atene trovasse l’accordo con i creditori. Inoltre, la Bce ha più volte alzato il tetto per la concessione di liquidità agli istituti di credito ellenici. Tuttavia, si avvicinano anche le scadenze: entro il 5 giugno, il governo ellenico dovrà pagare all’Fmi 300 milioni di euro, la prima tranche di quattro, per un totale di 1,5 miliardi di euro.

Il dilemma della coerenza
Di fronte a queste cifre, al governo di Tsipras si impone il dilemma della coerenza: per poter incassare almeno una parte del fondo di salvataggio da 7,2 miliardi, l’accordo con i creditori è necessario. Ma tale accordo potrebbe comportare la rottura del patto elettorale, perché difficilmente il rilancio economico potrà coesistere con la soddisfazione dei creditori. Quella, si sa, si combina ben più facilmente con l’austerity, parola che Tsipras ha giurato di depennare dal suo vocabolario. Un dilemma drammatico, per certi versi, e ben rappresentato dalle parole che il ministro Varoufakis ha affidato alle pagine del New York Times: «Che sia maledetto, se accetterò un altro pacchetto di politiche economiche che perpetuano la medesima crisi. Non è per questo che sono stato eletto». Un dilemma degno di ogni tragedia greca che si rispetti.