19 novembre 2019
Aggiornato 06:00
Nuova aria gelida tra Abe e Jinping dopo il disgelo di ieri

Il santuario nazionalista di Tokyo continua a dividere Cina e Giappone

A poche ore dal'incontro a Giacarta tra Abe e il presidente cinese che aveva fatto parlare di disgelo, è di nuovo guerra fredda. Due ministri e oltre 100 deputati hanno visitato il santuario Yasukuni, considerato simbolo del passato nazionalista di Tokyo e dei crimini di guerra commessi dal Giappone.

TOKYO (askanews) - Poche ore dopo l'incontro tra il premier giapponese Shinzo Abe e il presidente cinese Xi Jinping, due ministri del governo nipponico hanno visitato il santuario Yasukuni di Tokyo, considerato da Pechino come da Seoul il simbolo del passato nazionalista del Giappone. Nel santuario shintoista sono ricordati i soldati dell'Armata imperiale morti in guerra, tra i quali 14 criminali di guerra condannati dagli Alleati dopo la Seconda guerra mondiale.

Oltre 100 deputati giapponesi in visita al santuario
La visita di Eriko Yamatani e Haruko Arimura rischia ora di raffreddare nuovamente i rapporti tra Tokyo e Pechino, dopo l'incontro di ieri tra Abe e Xi, nel tentativo di allentare le polemiche degli ultimi mesi su questioni territoriali e storiche. Già ieri, oltre 100 deputati giapponesi si erano recati in visita al santuario in occasione del festival di primavera. Secondo l'agenzia Jiji, Abe aveva chiesto ai ministri di non visitarlo prima del colloquio con il presidente cinese. 

Quel dono di Abe che ha fatto infuriare la Cina
In ogni caso, la notizia del dono offerto da Abe al santuario in questione, qualche giorno fa, ha fatto il giro del mondo e suscitato l'ira della Cina. La posizione di Abe non è condivisa da tutti in Giappone. A parte l'opposizione del Partito democratico, anche uomini di cultura come lo scrittore Haruki Murakami hanno chiesto che Tokyo continui a presentare scuse per una serie di crimini, a partire dalla vicenda delle cosiddette «donne di conforto», cioè le ragazze coreane, filippine o provenienti da altre nazioni occupati, usate come schiave sessuali al seguito dell'Armata imperiale. La consegna del «sasaki», che reca la scritta «Primo ministro, Shinzo Abe» potrebbe indicare che il premier non andrà personalmente in visita al santuario, cosa che avrebbe provocato sicuramente proteste da parte di Pechino e Seoul. In realtà, da parte di Abe, un tentativo di esercitare una certa prudenza, viste le reazioni dure ricevute - anche dall'alleato statunitense - quando, a dicembre 2013, andò personalmente in visita allo Yasukuni. Ma questo tentativo non ha avuto un grande esito, a giudicare dalle reazioni.

La Cina non ci sta
«I leader politici giapponesi dovrebbero essere consapevoli che presentare il loro rispetto ed esprimere gratitudine a un santuario del genere è un atto di negazione delle premesse sulla base delle quali il Giappone ha potuto tornare nella Comunità internazionale dopo la seconda guerra mondiale», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano Noh Kwang-il.  «Il leader giapponese deve fare passi concreti per onorare l'impegno di guardare pienamente e riflettere sulla sua storia d'aggressione, gestendo in maniera propria le relative questioni e ottenendo la fiducia dei vicini e della comunità internazionale» ha rincarato la dose la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hong Lei. «Quanto è ridicolo il primo ministro giapponese Shinzo Abe quando tenta di dipingersi come uno che ama la pace e vuole ristabilire buoni rapporti tra il Giappone e i paesi vicini», si legge in un commento oggi sul China Daily, giornale ufficiale cinese. Sullo sfondo di questa polemica storica, ci sono però interessi e dinamiche del tutto contemporanei. Cina e Giappone sono ai ferri corti per il possesso del piccolo arcipelago delle Senkaku (Diaoyu in cinese). Il governo di Tokyo, preoccupato dalla politica militare cinese sempre più assertiva sui mari, sta tentando di allentare i vincoli costituzionali all'uso della forza. E tutto questo in una regione in cui la situazione geopolitica è in rapida evoluzione.