5 aprile 2020
Aggiornato 04:00
Elezioni in Giappone

Abe: riporteremo Tokyo al centro del mondo

E' iniziata oggi in Giappone la campagna elettorale per il voto politico che porterà, il 14 dicembre, al rinnovo di 475 seggi nella Camera bassa di Tokyo in quello che il primo ministro Shinzo Abe ha definito, di fatto, un «referendum sull'Abenomics», le sue ricette di politica economica anti-deflazionistica.

TOKYO - E' iniziata oggi in Giappone la campagna elettorale per il voto politico che porterà, il 14 dicembre, al rinnovo di 475 seggi nella Camera bassa di Tokyo in quello che il primo ministro Shinzo Abe ha definito, di fatto, un «referendum sull'Abenomics», le sue ricette di politica economica anti-deflazionistica.

Sono 1.191 i candidati che, in tutto il paese, cercheranno di conquistare un posto nella Dieta. Il Partito liberaldemocratico (Ldp) di Abe, per quanto in flessione di consensi secondo gli ultimi sondaggi, non pare avere concrete alternative e, semmai, il voto rischia di diventare importante per valutare la tenuta della leadership di Abe in vista delle elezioni interne del Ldp. Alcuni osservatori hanno ipotizzato, commentando lo scioglimento a sorpresa della Camera bassa da paerte del premier, che in realtà Abe abbia voluto più che altro spiazzare i propri contendenti interni alla leadership.

Abe ha deciso il 21 novembre di sciogliere la Camera bassa, dopo dati sul prodotto interno lordo (Pil) che hanno sancito il ritorno in recessione tecnica del Giappone, anche a causa di un aumento dell'imposta sui consumi decisa quest'anno. Il premier, a quel punto, ha rotto gli indugi, ha rimandato un ulteriore aumento della tassa al 10 per cento previsto per il prossimo anno.

Il primo ministro gioca tutta la sua partita sul tavolo dell'economia. Le sue ricette economiche espansive, vogliono essere un tentativo di riportare il Giappoe sulla scena internazionale, portandolo fuori dal «mood» deflazionistico che ne ha bloccato la vivacità economica negli ultimi 15 anni. «Vi prometto che noi rivedremo questa regione e tutto il Giappone di nuovo risplendere al centro del mondo», ha detto Abe aprendo la sua campagna a Soma, una città violentemente colpita dallo tsunami del 2011. «Dateci la forza», ha aggiunto.

Il principale partito d'opposizione, il Partito democratico (Dpj), ha avviato la campagna elettorale a testa bassa, attaccando la politica economica del premier. «Il primo ministro afferma che l'economia si sta rafforzando, ma la sua politica sta portando beneficio solo a un limitato numero di persone», ha sostenuto il leader del Dpj Banri Kaieda.

Gli oppositori accusano l'Abenomics di essere state utile solo alle grandi aziende, le quali per inciso hanno delocalizzato la produzione, e di aver rafforzato gli speculatori di borsa. Il deprezzamento dello yen, secondo l'opposizione, favorisce di fatto gli esportatori, ma rende più difficile la vita alle piccole e medie imprese che pegano di più la materia prima importata. E, dal momento, che le Pmi rappresentano la grandissima parte delle imprese giapponesi, alal fine i salari e gli standard di vita delle famiglie si stanno deprimendo.

Gli osservatori ritengono che, pur non essendo in discussione una vittoria Ldp, comunque il partito che ha mantenuto quasi ininterrottamente il suo «grip» sul potere nel Giappone del dopoguerra, potrebbe perdere un po' di seggi. Un sondaggio condotto dall'agenzia di stampa Kyodo alla fine della scorsa settimana ha rivelato che, per la prima volta, il tasso di disapprovazione del governo ha superato quello d'approvazione.

Quando, però, poi si parla dei singoli partiti, il 28 per cento dice che voterà Ldp, solo poco più del 10 per cento invece si dice orientato a votare il Dpj. Certo, tutti e due i partiti hanno ancora margini: il 41,2 per cento dice di essere ancora indeciso. Un altro sondaggio, pubblicato ieri dal quotidiano Asahi shimbun dà il Ldp al 34 per cento e il Dpj al 13 per cento.

C'è poi una terza posizione, quella di coloro che si chiedono: «A che serve?» Sono in molti a chiedersi, infatti, quale utilità possa avere un voto che costerà ai contribuenti 500 milioni di dollari, in un paese costretto ad alzare le tasse perché ha un debito pubblico pari a due volte e mezzo il Pil.

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