5 dicembre 2021
Aggiornato 15:00
Manovra finanziaria

Manovra, il giorno più difficile: Di Maio spinge per un'intesa sul deficit al 2,4%

La maggioranza si riunisce per decidere sulla nota di aggiornamento al DEF: lo scontro è tra il 2,4% e il 1,9%

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria ANSA

ROMA - Un’intesa su un livello di deficit-Pil al 2,4% per il 2019. E' questa la proposta cui starebbe lavorando la maggioranza, da chiedere al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in vista della stesura della Nota di aggiornamento al Def che sarà varata oggi pomeriggio dal Consiglio dei ministri. Ieri ennesima riunione della Lega con Salvini, i sottosegretari del Carroccio e i presidenti della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi e della commissione Finanze del Senato Alberto Bagnai, anche se in questa partita i verdi hanno mantenuto un atteggiamento piuttosto defilato rispetto all'altro alleato. «Il CdM è oggi per quanto mi riguarda», e non ci sono «rinvii» sul Def, ha detto Luigi Di Maio da Bruxelles. E smorzando le polemiche di chi vorrebbe il governo in difficoltà, taglia corto: «Non c'è in programma nessuna richiesta di dimissioni» del ministro dell'economia Giovanni Tria.

2,4% o 1,9%: questo è il problema
Sulla manovra l'esecutivo si gioca tantissimo, e deve dimostrare di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Deficit al 2,4% significa liberare, con un maggiore indebitamento di 1,6 punti di Pil, circa 27 miliardi. A meno di 24 ore dal varo del documento che farà da cornice alla manovra di bilancio, il Movimento 5 Stelle tenta dunque di convincere il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, ad andare oltre il fatidico argine dell'1,9%. Tria farà di tutto per evitare lo scontro frontale con la Commissione europea, ma Di Maio non sembra disposto ad arretrare. L'alleato Matteo Salvini cerca di allentare la tensione spiegando che l'accordo di massima sulla manovra c'è e «i decimali sono l'ultimo dei problemi, nessuno fa o farà gesti eclatanti per uno zero virgola». Il premier Giuseppe Conte si è mantenuto piuttosto in disparte, ha seguito gli sviluppi della trattativa da New York e si è limitato a dire che se si andrà o meno oltre il 2% "lo saprete dopo il Consiglio dei ministri», sottolineando la necessità di puntare su un «piano infrastrutturale serio», investimenti, cari anche al ministro Tria, che potrebbero essere la chiave per chiedere spuntare maggiori margini a Bruxelles. 

Di Maio: «Né euroburocrati né tecnocrati dei partiti ci fermeranno»
Il Movimento 5 Stelle tira dritto su tre punti: reddito di cittadinanza, abbassamento delle tasse sulle imprese - l'Irpef è rinviata invece al 2020 - e revisione della legge Fornero, come dice anche la Lega. Bisogna «cancellare per sempre la povertà assoluta» scandisce su Facebook il leader Di Maio, dopo aver minacciato di non votare il documento se il reddito non sarà nel menù di Def e manovra. I soldi, assicura il capo politico 5 Stelle, «li abbiamo trovati» tagliando gli sprechi e intaccando «i privilegi dei potenti». Di Maio replica anche a Tria che ieri, dall'assemblea di Confcommercio, aveva detto che ha giurato nel solo interesse della nazione. La manovra sarà «per i cittadini», e gli impegni con l'Europa saranno rispettati nel senso che si starà «sotto il 3%», con buona pace di Pierre Moscovici che ha ribadito la necessità per i conti italiani di mantenere il deficit entro il 2%. «Non può certo farci la morale», attacca il vicepremier, visto che chiede di non violare regole che per primo non ha considerato da ministro dell'Economia francese. «Stiamo lavorando per la crescita della ricchezza degli italiani e non sarà certo un euroburocrate a fermarci». Né euroburocrati né «tecnocrati dei partiti» messi dalla politica nei posti chiave dello Stato, una «zavorra del vecchio sistema di cui dobbiamo liberarci». La linea di guerra del governo contro la «gabbia Europa» è tracciata. Attendiamo con ansia di vedere se il governo del cambiamento riuscirà, davvero, a scardinarla.