14 novembre 2018
Aggiornato 03:30

La gestione statale dei monopoli naturali: il mezzo giusto per riequilibrare il sistema economico italiano

Nazionalizzare le concessioni: cosa significa? E perché lo Stato ci guadagnerebbe?
Lo stato della parte ovest di ponte Morandi a Genova
Lo stato della parte ovest di ponte Morandi a Genova (ANSA/LUCA ZENNARO)

ROMA - Fa impressione leggere le parole di un redivivo Pier Luigi Bersani che rivendica, sulle pagine di Repubblica, di aver smontato i monopoli italiani. Può essere orgoglioso di aver smontato dei beni pubblici edificati con il sudore e il sangue di generazioni di lavoratori, e averli "concessi" a finti imprenditori che hanno speculato fino all'osso. L'ex segretario del Pd si appunta la medaglia sul petto di aver demolito i cosiddetti monopoli naturali, ovvero quelli che dovrebbero essere l'architrave della società civile. Dove terminerà l'avvitamento culturale della sinistra della terza via? Ma ammette, sempre sulle stesse pagine, bontà sua, che i concessionari hanno esagerato e che lo Stato è debole: ma, continua, «non si poteva fare diversamente perché c'era un enorme debito pubblico e per entrare in Europa si doveva privatizzare». Bene, ora è chiaro e lampante il meccanismo usuraio che ha portato alla privatizzazione del Paese.

Dopo la tragedia, la verità
Il crollo del ponte Morandi ha, come unico pregio nel buio lutto di una catastrofe che ha causato ben 43 morti, di accendere le luci su un sistema economico marcio. Questo avviene nel modo più duro: ma, come sempre nella storia, la tragedia ha la capacità di disvelare le vergogne quali erano, e sono; i contratti di concessione di Autostrade erano secretati. Dunque gli oligarchi italiani delle concessioni incassavano fino al 6% netto rispetto il loro investimento. Lo facevano guadagnando sui pedaggi e sui lavori di manutenzione? Oppure lo facevano in virtù del loro duro lavoro? Scrive il ministro Toninelli: «Altro che giusta remunerazione del capitale investito. Qui parliamo di colossi, i concessionari, che hanno margini operativi giganteschi rispetto ai fatturati. Roba che possono sognarsi persino le grandi dotcom della Silicon Valley. Pensate che nel 2016 questi signori hanno fatturato quasi 7 miliardi. Di essi, 5.7 miliardi derivano dai pedaggi autostradali. E sapete quanto è tornato allo Stato? Appena 841 milioni. Nel frattempo, sono sempre dati del mio ministero, gli investimenti sono calati del 20% rispetto al 2015 e per la manutenzione si sono spesi appena 646 milioni, il 7% in meno rispetto all'anno prima».

Capitalismo all'italiana
Da una «indagine conoscitiva in materia di concessioni autostradali» redatta dalla Banca d’Italia siamo secondi solo alla Francia per quanto riguarda i ricavi da pedaggio: 841 mila euro a Km. In Spagna 477 mila, Portogallo 365 mila e Grecia 311 mila. La delibera Cipe n. 39 del 2007 assicura, in ogni caso, ai concessionari autostradali il rendimento pari 4 punti sopra il rendimento medio del BTP decennali. E' il capitalismo all'italiana, garantito dallo Stato: di cui, però, ai piani alti del potere ci si lamenta sempre. Il meccanismo risulta particolarmente perverso perché in caso di speculazione finanziaria il rendimento si fa ancora più pesante. Per non parlare dei rinnovi farseschi che di fatto spostavano la proprietà dei beni pubblici, monopoli naturali, in mano ai privati surrettiziamente. Ma, tutto questo, durante i decenni passati, non fu vissuto come un problema; anzi, era il giusto mezzo per finanziare il ripianamento del debito pubblico italiano. Ma evidentemente la toppa era ben peggiore del buco: e ora paghiamo il conto, con morti innocenti e mettendo in ginocchio una città.

Arriva il comunismo del M5s?
Contro la nazionalizzazione, extrema ratio, o la rinegoziazione di questi accordi si sta alzando una canea scandalosa. Parte dai mezzi di comunicazione, la maggior parte dei giornali e delle tv commerciali, che grazie alle inserzioni pubblicitarie degli stessi concessionari sopravvivono. Sempre che questi soggetti non siano azionisti di maggioranza o quasi. Così si possono leggere dotte disquisizioni che tentano di salvare il salvabile. Qualche esempio: è vero che le concessioni beneficiano i privati, ma anche lo Stato ci ha guadagnato ben 841 milioni di euro. Traduzione: pubblico e privato sono uguali, quindi meglio mantenere le concessioni come sono. Ovviamente nessuno sottolinea che gli 841 milioni statali sono una miserabile tassazione indiretta. Si passa poi al piano ideologico e si chiama in causa nientemeno che il libero mercato. E, di contrasto, si prospetta in caso di nazionalizzazione dei beni dati in concessione – un ossimoro che evidenzia quanto tali beni siano già nei fatti privati – l'arrivo del bolscevismo e del comunismo sovietico. Quale sia la relazione tra la concessione di un monopolio naturale con un rendimento certo superiore del 4% rispetto al valore dei titoli decennali e il libero mercato è ignoto. Il libero mercato non prevede, in nessun caso, un rendimento certo: prevede invece il rischio di impresa che, qui, è inesistente. Quindi si tratterebbe, in caso di gestione diretta delle autostrade da parte dello Stato, semplicemente di capitalismo di stato che, in quanto tale, potrebbe – in linea teorica - non avere margini di profitto in quanto monopolio naturale.