18 agosto 2018
Aggiornato 13:00

Perché la crisi economica in Turchia spaventa l'Italia e l'Europa

Le politiche di Erdogan stanno facendo crollare la lira turca. Un bel problema per le nostre banche e le nostre imprese, che ad Ankara hanno investito pesantemente
La bandiera della Turchia con le immagini del presidente Erdogan
La bandiera della Turchia con le immagini del presidente Erdogan (EPA/ERDEM SAHIN)

È continuata nella notte la discesa della lira turca, arrivata a livelli minimi nei confronti del dollaro. Gli investitori sono preoccupati soprattutto dalle sanzioni degli Stati Uniti, minacciate della spaccatura politica sempre più evidente con i partner occidentali. Ma non ci sono solo le crescenti tensioni tra Ankara e Washington: a spaventare i mercati sono anche la politica economica espansiva del presidente Recep Tayyip Erdogan, nonché per l'eccessiva esposizione dei creditori della zona Ue, rivelate dal Financial Times. Dall'inizio dell'anno, la valuta ha perso il 30% del suo valore.

Nessun riavvicinamento con gli Usa
Dopo un pesante calo ieri, che ha visto la lira turca arrivare a 5,4 per un dollaro (e 6,3 lire per un euro), i cambi overnight hanno fatto segnare un ulteriore scivolamento del 5%. Il mercato dei cambi penalizza la lira dopo la visita di una delegazione turca a Washington, guidata dal vice ministro degli Esteri Sedat Onal: il governo turco sperava che sarebbe servita ad avvicinare le parti su una serie di questioni, inclusa la detenzione del pastore americano Andrew Brunson e relative sanzioni, invece apparentemente non ci sono stati risultati.

I pericoli per le banche italiane
Una crisi economica e monetaria che rischia di provocare un effetto contagio anche sulle banche continentali, in particolare quelle di Italia, Francia e Spagna: almeno, questo è il timore della Banca centrale europea. Ieri, infatti, Unicredit è stata la maglia nera alla Borsa di Milano, con il titolo che ha perso il 3,44%. A pesare sul giudizio degli investitori è stata proprio l'esposizione dell'istituto di credito in Turchia, dove la lira è in discesa libera. Nell'articolo di apertura del Financial Times di oggi si legge come pur «non essendo la situazione ancora critica», la spagnola Bbva, l'italiana UniCredit e la francese Bnp Paribas sono «particolarmente esposte». Secondo le tabelle della Banca dei regolamenti internazionali, gli istituti di credito italiani sono esposti complessivamente per quasi 15 miliardi di euro verso la Turchia, sedici se si comprendono anche le garanzie: peggio di noi, appunto, sono messe proprio la Spagna (con 71 miliardi) e la Francia (con 33). Ma la Turchia non è solo un partner importante per le nostre banche, bensì anche un mercato prioritario per l'export delle nostre imprese: Fca e Pirelli sono presenti da decenni nel Bosforo con i loro stabilimenti (rispettivamente a Bursa-Tofas e Izmit); Salini-Impregilo ha investito nella costruzione di due autostrade, di un impianto idroelettrico e della linea ad alta velocità; Leonardo partecipa alla produzione di trenta F-35 e di altrettanti elicotteri con Turkish Aerospace. In totale, le esportazioni italiane verso Ankara ammontano a 19,8 miliardi di dollari, che ne fanno il quinto partner commerciale. Inutile sottolineare quanto la crisi rischia di impattare gravemente, anche nel nostro Paese.