20 agosto 2018
Aggiornato 04:30

Trump, i dazi americani e i licenziamenti Embraco in Italia: quale relazione?

Confermati i 497 licenziamenti della Embraco, a dimostrazione che il lavoro non sottosta più alle leggi della politica. Intanto negli Usa...
Corteo dei lavoratori della Embraco, gruppo Whirlpool, contro i licenziamenti annunciati dall'azienda sfila per le vie di Torino
Corteo dei lavoratori della Embraco, gruppo Whirlpool, contro i licenziamenti annunciati dall'azienda sfila per le vie di Torino (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

TORINO - "Considero l'atteggiamento di Embraco irresponsabile, inaccettabile e contrario agli impegni assunti nel corso di vari incontri al Ministero. Ho riconvocato urgentemente l'azienda e mi aspetto che tenga fede agli impegni assunti": queste le parole del ministro Calenda alla notizia della chiusura da parte dei vertici di Whirpool ad aprire un nuovo tavolo di trattativa. Noi tiriamo dritto: in questo motto si riassume la posizione espressa dalla dirigenza Whirpool durante i tempi supplementari sulla vertenza Embraco di Riva di Chieri, gigantesca fabbrica colpita da 497 licenziamenti. I manager italiani della multinazionale, peraltro nella lista dei licenziati, durante un incontro svolto a Torino presso la sede dell’Unione industriale hanno confermato il piano di azzeramento produttivo e quindi i licenziamenti. Le pressioni politiche espresse dai ministri Calenda e Poletti sono state ignorate, ed ora mancano pochi giorni all’arrivo delle lettere di licenziamento. La posizione della Whirpool è irremovibile, e così nel paradiso della globalizzazione fluttuante alla ricerca del massimo profitto, emerge una amara sensazione di impotenza. La Whirpool può chiudere una fabbrica d’imperio e nessuno pare in grado di fermarla, nemmeno se le si offrono degli incentivi economici.

Niente reindustrializzazione
Da parte della dirigenza è stata fatta balenare la prospettiva di una reindustrializzazione dell’area attraverso ipotetici investimenti che si sarebbero manifestati in queste settimane: ma si tratta di voci, e durante la trattativa i portavoce di Embraco non hanno voluto prendere alcun impegno. Troppo poco per il ministero, che quindi non ha concesso la cassa integrazione straordinaria. Ora, è necessario porre una riflessione sul valore simbolico, e materiale, della vicenda Embraco. Siamo di fronte alla plastica rappresentazione della supremazia del mercato sullo Stato, un’entità che risulta sempre più debole, se non liquefatta. I tuoni e fulmini del ministro Calenda sono semplicemente ignorati, percepiti come parole al vento che non fanno più alcuna paura. Anche perché, è bene sottolinearlo, il ministero non minaccia ritorsioni, bensì fa balenare l’ipotesi di aiuti nel caso in cui la produzione fosse mantenuta in Italia.

Il lavoro sfugge alle leggi della politica
Idem per quanto concerne il ruolo del sindacato, dato che non si possono nemmeno attuare le classiche iniziative di sciopero: la produzione viene semplicemente azzerata, e i lavoratori rifiutano di perdere le ultimi occasioni di lavoro prima della cessazione della produzione. Il lavoro è quindi sfuggito da ogni tipo di normativa, nonché di pressione politica. E' chiaro ormai che gli investimenti, da parte di grandi multinazionali, possono essere fatti solo se vengono riconosciuti livelli salariali est europei e, in prospettiva futura, cinesi. Il dibattito, per altro molto serio e articolato, sulla reintroduzione della schiavitù nel nostro paese di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa dà l'idea del contesto economico e culturale in cui ci troviamo.

Alternativa dagli Usa
L’unico gesto di rottura di questo modello sono i dazi imposti dal presidente statunitense Trump che, non a caso, ha iniziato dai prodotti dell’industria del bianco, oltre oceano completamente delocalizzata. Ma forte di un ottimo mercato interno. I dazi, per quanto portatori di significati impliciti sgradevoli, riequilibrano la competizione sul costo del lavoro lasciata al libero arbitrio del libero mercato. Trump, per molto aspetti un presidente senza capo né coda, ha però compreso che il processo globalizzatore fondato sulla concorrenzialità del costo del lavoro non solo distrugge la classe media e operaia – divenuti suoi grandi elettori – ma mina la coesione sociale del paese. L'aumento dei profitti fatti dalle multinazionali si è concentrato nelle mani di pochi uomini: i dazi rappresentano l'estremo tentativo di redistribuire. Inoltre, essendo gli Usa un paese che può esportare debito pubblico facilmente, Trump ha poi prodotto un nuovo regime fiscale che rende gli Usa una sorta di paradiso fiscale per gli investitori stranieri. In Italia – fatte le dovute proporzioni – si segue invece un processo per molti aspetti antico: la compenetrazione tra il pubblico e il privato. Con la componente statale che funge da cassa che elargisce fondi ma senza alcuna possibilità di incidere sulla politica industriale. Qualcosa di ben diverso dalla presenza dello stato tedesco dentro la Volkswagen.