17 ottobre 2018
Aggiornato 23:30

L'esemplare caso della Embraco: gli ultimi 500 lavoratori licenziati dalla globalizzazione

Abbiamo passato il capodanno con i lavoratori che presidiano la loro fabbrica, in difesa del lavoro e della dignità
Lavoratori dell'azienda Embraco di Chieri (TO) manifestano l'ultimo dell'anno contro i licenziamenti
Lavoratori dell'azienda Embraco di Chieri (TO) manifestano l'ultimo dell'anno contro i licenziamenti (Maurizio Pagliassotti)

CHIERI (TO) - E’ con un bicchiere di plastica ricolmo di Veuve Clicquot, seguito da una grappa o da un prosecco, che oltre cinquecento lavoratori della Embraco di Chieri, provincia di Torino, si sono augurati buon anno. Di fronte al loro capannone presidiato da due mesi, al freddo, una festa di fine anno fatta di rabbia e poca speranza: perché qualche capo americano, o brasiliano, o slovacco, o cinese, ma men che meno italiano, ha comunicato loro che il loro lavoro non va più bene, che costano troppo, che sono di troppo, e la globalizzazione è una cosa meravigliosa se sei un grande azionista di una multinazionale apolide, ma se sei un semplice lavoratore il tuo destino è segnato.

La storia dell'industria italiana
Un enorme capannone si affaccia sulla campagna piemontese poco distante dalla collina torinese: solo pochi anni fa sembrava che qui il lavoro dovesse essere eterno. La fabbrica e poi le bestie in cascina al termine del turno: così per decenni. Al tempo, nei primi anni Novanta, la Embraco era ancora della Fiat e ci lavoravano circa 2500 persone: poi le magnifiche sorti progressive della mondializzazione, del libero fluttuare di capitali da un posto all’altro del mondo, il ballo sfrenato degli ubriachi dogmi neoliberali, il delirium tremens che diventa modello di vita, filosofia, dogma e religione. Passano gli anni, arriva l’euro, tutti applaudono, qualcuno si accorge che durante le cicliche crisi del capitalismo la moneta non si può più svalutare. E’ necessario quindi svalutare il lavoro, il capitale umano.

Quando gli Agnelli vendettero a Whirlpool
Gli Agnelli, o quel che rimane dopo la morte dei due fratelli patriarchi, vendono alla multinazionale Whirlpool, mega colosso globale con multicefala. Un mega stabilimento viene costruito in Slovacchia, e uno in Brasile. Al crescere della produzione oltre confine, crolla quella italiana. La Embraco produce compressori per l’industria del bianco, milioni di pezzi che anno dopo anno diventano sempre meno in Italia e sempre di più in giro per l’Europa e nel mondo. La progressione è inesorabile, come uno schiacciasassi che divora operai, impiegati, famiglie, tradizioni, e perfino soldi pubblici. Perché la Regione Piemonte nel tentativo di salvare il salvabile apre i cordoni della borsa e finanzia corsi di riqualificazioni e investimenti attraverso la sua finanziaria, la Finpiemonte. Si spera di convincere con le buone gli ignoti capi della multinazionale apolide, affinché non se vadano con la leggerezza allo schioccar delle dita. La produzione invece nel tempo crolla a colpi di milioni di pezzi, e così i lavoratori, a colpi di migliaia. Si passa da oltre 2500 a poco più di cinquecento in pochi anni. Per poi fare il balzo finale, quello di questi giorni verso l’abisso dello zero. E’ la globalizzazione bellezza, perché lo stabilimento slovacco spinge forte, e soprattutto macina utili grazie a un costo del lavoro che mette in concorrenza non i prodotti, ma i lavoratori. Così capita che la fabbrica brasiliana e quella italiana siano dentro un’unica scatola cinese: quella d’oltre oceano scoppia di salute, quella italiana scoppia e basta. Ma il problema è che essendo parte della stessa società, la parte italiana non ha diritto ali contratti di solidarietà, perché in fondo al bilancio è segnato un risultato positivo.

Tutti a casa
Da circa due mesi i lavoratori della Embraco presidiano la fabbrica: fuori dai cancelli c’è un gazebo, dove bivaccano giorno e notte. Protesta estrema, e senza alternativa. Non serve manco più lo sciopero, perché la multinazionale apolide in Italia non ci vuole più stare. Cosa si sciopera a fare? Nei giorni prima di Natale è giunta una lettera a tutti i dipendenti: "Le comunichiamo che Ella sarà sospesa dall'attività lavorativa dal giorno 2 gennaio al giorno 12 gennaio 2018 compresi", scrive la Embraco ai suoi 535 dipendenti dello stabilimento di Riva presso Chieri. Il chiaro segnale che da qualche parte nel mondo nel mondo, qualche avvocato ha deciso che si va verso i licenziamenti collettivi. Non rimane che presidiare anche a capodanno, in mezzo ai panettoni e ai bicchieri di carta, tra parenti dai visi tirati per il timore che tutto possa essere cancellato. La classe media, erede della gloriosa working class costruita sul sudore e sul sangue, cancellata in venti anni. Spostata in qualche stabilimento extra europeo, de localizzata e azzerata. Ai cancelli i lavoratori commentavano: «Ci vorrebbe un governo che facesse il suo dovere: che dicesse a queste multinazionali che non possono fare quello che vogliono. Che facesse come la Germania, che impone livelli occupazionali in cambio di aiuti pubblici». Ma in Italia no: l’Italia vuole questa tipo di globalizzazione, che santifica il mercato, la finanza e la mega imprenditoria globale. L’Italia che chiude la Embraco, cento anni di storia, e sostituisce il lavoro e la sua dignità, con il reddito di sopravvivenza.