4 dicembre 2020
Aggiornato 08:30
Politica monetaria USA

Inflazione e dollaro debole, Federal Reserve spaccata in due

I membri del Fomc, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, sono divisi sulla tempistica del prossimo rialzo dei tassi e sull'andamento dell'inflazione. È quanto emerge dai verbali della riunione del 25-26 luglio scorsi che allora lasciò i tassi all'1-1,25% ma indicò l’intenzione di alzarli una terza volta entro la fine del 2017.

NEW YORK - Quando si sono riuniti il 25 e 26 luglio scorsi, i vari membri del braccio di politica monetaria della Federal Reserve erano divisi su tutto: da quando iniziare la riduzione del bilancio della banca centrale, gonfiato negli anni della crisi attraverso l'acquisto di Treasury e bond ipotecari, alla tempistica del prossimo rialzo dei tassi senza dimenticare l'andamento dell'inflazione. E' quanto emerso dai verbali, diffusi oggi, di quel meeting in cui l'istituto centrale Usa decise di lasciare il costo del denaro all'1-1,25% e di annunciare «relativamente presto» la riduzione del bilancio arrivato a valere 4.500 miliardi di dollari.
Stando al documento, in quella occasione «vari» governatori del Federal Open Market Committee «erano pronti ad annunciare la data di inizio» di un'operazione che rappresenterà una ulteriore normalizzazione della politica monetaria americana. Si tratta di un test per la numero uno Janet Yellen, che il mese scorso decise di non sorprendere i mercati che si aspettavano indicazioni su questo tema a settembre.

DECISIONE RIMANDATA - Forse per questo, alla fine «in molti hanno preferito rimandare la decisione fino al meeting successivo» in modo tale da avere tempo per raccogliere «ulteriori dati macroeconomici e informazioni su sviluppi capaci di condizionare i mercati finanziari». E visto che gli investitori si aspettano indicazioni precise nella riunione del 19-20 settembre, la Fed non prevede scossoni o reazioni incontrollate nei mercati. D'altra parte, si legge nelle cosiddette minute, la riduzione del bilancio - un processo che richiederà probabilmente anni per essere completato - «contribuirà solo in modo modesto» a creare una politica monetaria più stringente.
Anche sui tassi i membri dell'Fomc sono combattuti. Teoricamente la banca centrale americana vorrebbe effettuare entro fine 2017 una terza stretta dopo quelle di marzo e giugno scorsi ma su questo il mercato è sempre stato scettico proprio alla luce di un'inflazione che stenta a riprendere quota.

DEFLAZIONE - Non a caso i governatori della Fed sono divisi sul da farsi. Secondo alcuni, la Fed «può permettersi di essere paziente» in materia di tassi. Per altri c'è il rischio che - a fronte di un mercato del lavoro forte e di prezzi dell'azionario vicini ai record - l'inflazione balzi improvvisamente sopra il target di crescita annua del 2%. Per loro «costerebbe molto invertire» un tale trend.
Certo è che i banchieri centrali non riescono a capacitarsi di come sia possibile che l'inflazione non salga quando il tasso di disoccupazione è tornato ai minimi di 16 anni. In teoria, in un contesto simile i datori di lavoro sono costretti ad aumentare i salari per attrarre personale qualificato; a quel punto i consumatori avrebbero più denaro a loro disposizione facendo dunque aumentare la domanda, cosa che a sua volta porterebbe a un aumento dei prezzi. I governatore dell'Fomc credono ancora che un tale modello «sia valido» ma solo il tempo potrà dire se aveva ragione Yellen quando disse che fattori «transitori» come il costo dei servizi telefonici stanno condizionando la traiettoria dell'inflazione.
Ora i fari si spostano sul summit annuale del gotha della finanza in calendario la settimana prossima a Jackson Hole, in Wyoming. Se da parte di Mario Draghi, governatore della Bce, non ci si aspettanno indicazioni su un cambio di rotta sul quantitative easing, magari Yellen potrebbe telegrafare agli investitori le prossime mosse della Fed. A lei, d'altra parte, non piace sorprendere.