7 dicembre 2021
Aggiornato 04:00
Anche gli intoccabili aprono gli occhi

Italia venduta a pezzi. Bazoli, Messina e Gros-Pietro: i «sovranisti» che non ti aspetti

La fusione tra Intesa e Generali viene rivendicata con ragioni patriottiche. Chi sono gli insospettabili che difendono l'italianità dell'Italia?

ROMA «L’Italia è diventata un mercato di sfruttamento coloniale, una sfera di influenza, un dominum, una terra di capitolazioni, tutto fuorché uno stato indipendente e sovrano. Quanto più la classe dirigente ha precipitato in basso la nazione italiana, tanto più aspro è il sacrificio per ricreare alla nazione una personalità storica indipendente». Il dibattito, berciante, sul cosiddetto sovranismo, o protezionismo, o nazionalismo, viene relegato ad un emotivo quadretto, rassicurante: la storia, nel suo nietzscheano susseguirsi, eterno ed indolente, ci ha portato in un angolo nero, dove un gruppo di pazzi vuole cancellare i balzi in avanti che il mondo vive da circa trenta anni. Coloro che vorrebbero portare indietro le lancette della storia sono molteplici: le due punte di diamante sono anglosassoni: il nuovo presidente statunitense, Donald Trump, e Theresa May in Gran Bretagna. Dalle nostre parti invece un organismo policefalo ha fatto sua l’ideologia sovranista: Matteo Salvini, Giorgia Meloni, una parte della destra berlusconiana, probabilmente il Movimento 5 stelle, che decide dipendentemente dalle indagini di mercato della Casaleggio Associati se essere nazionalista o globalista, pro euro o anti euro.

Giacomo Leopardi docet
In ogni caso, si deduce dalla "profonda" analisi che si forma sui maggiori mezzi di informazione, si tratta di una banda sgangherata di "buzzurri ignoranti». Ma sfogliando i giornali, nelle stesse pagine dove ci si ingozza con insulti al bifolco Trump, ecco, nelle stesse identiche pagine, si può leggere della arzigogolata vicenda che coinvolge Intesa Sanpaolo e Generali, Mediobanca e Axa. Si crea così, nell’arco temporale che copre il girar di un foglio, un corto circuito sconcertante, perché si passa dalla intemerata accusa di proto razzismo per chi chiede un po’ di dazi all’encomio solenne verso l’operazione di Intesa Sanpaolo in difesa dell’economia nazionale. Torna subito alla mente il verso del poeta «Non so se il riso o il pianto prevale». Leopardi è stato il più grande poeta della storia italiana per un semplice fatto: la sua estemporaneità è contemporanea ad ogni tempo. Un irregolare in ogni secolo.

Italia venduta al mercato del pesce
Nessuno conosce le idee politiche di Gaetano Micciché, numero uno di Banca Imi. Probabilmente un cattolico moderato alla Bazoli, un uomo legato al primato del lavoro e dell’impresa. Durante la XV giornata del credito ha detto: «Telecom, Riello, Pirelli, Italcementi sono state tutte comprate. Per l’Italia è un bel problema perché non solo si perde il marchio, l’impresa, ma si perde tutto quello che c’è attorno: banche, consulenti. Questa è una situazione di grande complessità». Il settore bancario, dopo il disastro degli ultimi venti anni, si accorge che artigli stranieri – oddio parolaccia! - si stanno allungando. E senza forbiti giri di parole spiega un concetto elementare: non è la stessa cosa se il proprietario di una banca, industria o cos’altro è italiano o straniero. Lo dicono pure i contadini della Calabria, ma il peso specifico è diverso.

Cosa ci dice la fusione tra Intesa e Sanpaolo
La fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo di Torino, racconta con tutta evidenza cosa sta accadendo a livello mondiale. Dieci anni fa quando fu progettata ed effettuata la fusione, a Torino si accorsero che i nuovi «capi» del settore creditizio italiano erano i milanesi. L’allora sindaco Sergio Chiamparino e Enrico Salza, dominus del Sanpaolo, capirono in fetta che l’operazione stava drenando, a Torino, posti di lavoro ad alto valore aggiunto, delocalizzati a Milano. Torino stava tornado città operaia: anzi, nemmeno, perché la Fiat se ne è andata da un pezzo. Studiarono insieme il modo per fermare l’emorragia e inventarono il grattacielo di Intesa Sanpolo: un edificio talmente fuori contesto da risultare osceno, ma che ha avuto l’immenso valore di ancorare fisicamente il lavoro ad altissimo valore aggiunto a Torino.

Intesa nazionalista
La scalata, che potrebbe costare molto cara a chi la sta tentando, di Generali da parte di Intesa Sanpaolo altro non è che la difesa, in extremis, dell’economia nazionale. L’ha fatto intendere Giovanni Bazoli, padre della finanza italiana da cinquant'anni. Ovviamente non con parole sue: Bazoli non parla, al massimo sussurra «non ho nulla da dichiarare», che significa già tutto però; al suo posto gli editoriali, le analisi, i racconti dietro le quinte della galassia giornalistica che ruota intorno a Rcs, quotidiano torinese incluso. Articoli in cui si scrive chiaramente ciò che sulla bocca di altri personaggi viene deriso: sovranismo.

Il Sistema ha deciso di far rischiare l’osso del collo a Intesa Sanpaolo
Per salvare quel rimasuglio di interesse italiano di un’economia ormai venduta a pezzi, come al mercato del pesce, il "Sistema" ha deciso di far rischiare l’osso del collo a Intesa Sanpaolo, che, se vorrà portare a termine l’operazione «sovranista» su Generali, dovrà far arrabbiare non poco gli azionisti: la settimana passata, a fronte di scambi elevati, il titolo ha ceduto quasi il dieci per cento. Una offerta pubblica di acquisto, una scalata ostile quindi, farebbe felici gli azionisti di Generali, in primis Mediobanca, e farebbe piangere quelli di Intesa, già oggi terrorizzati dall’eventualità di un sanguinoso aumento di capitale. E cosa pensare delle parole di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che, di fronte alla felpata platea assiepata nel grattacielo torinese, ha detto: «Noi siamo un’azienda che parla italiano e difende l’italianità... Mi fa ridere chi difende l’italianità e lo fa in francese». Punto. A capo.

Darwinismo sociale fuori tempo
Certo, tutti i sopracitati si svegliano con vent'anni di ritardo. Un lungo e imperdonabile tempo speso a difendere il mito della globalizzazione, a esser generosi confuso con l’internazionalismo dei tempi che furono. Ora, esattamente come l’operaio trasformato dalla globalizzazione liberista in uno scarto che non serve più, e quindi da buttare via, i banchieri si accorgono che potrebbero essere prossimi al cestino della storia. In un mondo selvaggio, darwinista, c’è sempre un super predatore pronto a farti fuori, no? Il mito della sinistra duepuntoqualcosa è la giungla globale, solo che nella giungla si crepa divorati anche se si è grossi e forti. Anche perché le regole che dovrebbero essere «uguali per tutti», ma guarda un po’, non lo sono e sembrano scritte per essere citate dal Marchese del Grillo di Monicelli.

Gli obiettivi veri in campo
Le ha raccontate un altro noto esponente dei centri sociali no global fascio razzisti trumpisti, Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo. Commentando le nuove regole della Vigilanza Bce, ha detto: «La tendenza, spinta dal comitato di Basilea, ad alzare ulteriormente il livello del capitale chiesto alle banche, porta in sé dei rischi. Questo, paradossalmente sarebbe per diminuire il rischio. Ma se le banche finanziano l’economia reale e se si chiede un aumento della dotazione di capitale a parità di impieghi e siamo in una situazione in cui il rendimento del capitale proprio delle banche è inferiore al costo del capitale di Borsa è evidente che le banche non possono aumentare la dotazione di capitale proprio, possono solo ridurre impieghi. L’effetto di aumentare il rischio perché, se queste banche hanno un rischio che dipende essenzialmente dal fatto che i loro clienti non sono più in grado di pagare, tagliandogli i finanziamenti si aumenta il rischio». Traduzione per chi non frequenta i sovranisti nazionalisti razzisti trumpisti: si stanno strutturando delle regole per rendere impossibile l’erogazione del credito in Italia, al fine di distruggere l’industria, in primis. In secundis per divorare il sistema bancario nazionale a prezzo stracciato. Nella giungla post moderna vale una sola regola: ubi maior minor cessat. Dai, forza, ora parlateci ancora dei razzisti che vogliono alzare le barriere per tornare nelle caverne. Però qualcuno aggiorni la lista: perché insieme alla signora Giorgia Meloni ci sono pure i padri nobili della finanza italiana, quelli che «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole». Ah, dimenticavamo: l’incipit di questo pezzo è di Antonio Gramsci.