19 novembre 2019
Aggiornato 07:00
La geopolitica della Finanza

Arrivano i bond del terrorismo: sono sauditi e rendono il 3,6%

Il reame wahabita, in crisi economica nonostante le esportazioni record di petrolio degli ultimi anni ha deciso di emettere titoli di stato per 17,5 miliardi. Le entrate fiscali derivanti dal petrolio sono state pari all’85% del totale nel 2014

Pacchi di Rial, la moneta dell'Arabia Saudita, Paese che ha emesso 17,5 miliardi di bond
Pacchi di Rial, la moneta dell'Arabia Saudita, Paese che ha emesso 17,5 miliardi di bond Shutterstock

RIYAD - Il mondo accoglie con favore la nascita di una nuova immensa bolla finanziaria: quella dell’Arabia Saudita. Il reame wahabita, in crisi economica nonostante le esportazioni record di petrolio degli ultimi anni ha deciso di emettere titoli di stato per 17,5 miliardi. Le entrate fiscali derivanti dal petrolio sono state pari all’85% del totale nel 2014: per dare un’idea della dissanguante crisi monetaria legata al calo del prezzo del petrolio, imposto dagli Stati Uniti per indebolire la Russia, nel 2015 tale la percentuale è scesa al 70%, generando un deficit pari a 90 miliardi di euro del pil.

Il bond saudita che piace alla finanza occidentale
La notizia del nuovo bond saudita è stata accolta con favore dai mercati e la sottoscrizione pare abbia avuto successo. Grazie alla posizione geo-strategica dominante l’Arabia Saudita porta avanti una politica imperialista in medio-oriente. Non esista a bombardare la Yemen direttamente, finanzia tutte le guerriglie terroriste e non in Siria e Libia, ma soprattutto decide il prezzo del petrolio nell’intento di strangolare economicamente i Paesi che giudica una minaccia. Procedura che di fatto l’ha portata sull’orlo della bancarotta, dato che le ingentissime spese militari sono ormai una componente soverchiante nel bilancio saudita che, come noto, vede poche altre voci nella colonna delle entrate. Il tasso che viene corrisposto, al momento i titoli sono riservati ai grandi investitori, è molto elevato: il 3,6%. In termini di spread si tratta di 350 punti rispetto al bund tedesco e 220 rispetto al Btp italiano. La domanda per il nuovo bond saudita è stata cospicua, quattro volte superiore all’offerta. Le grandi banche statunitensi, ed europee, sono corse a sottoscrivere l’affare.

Crolla l’accordo Opec appena raggiunto?
Non solo, il ministro saudita del Petrolio, Khalid al-Falih, ha tenuto ieri un discorso molto ambiguo relativo all’accordo raggiunto, faticosamente, in sede Opec, sul taglio della produzione petrolifera. Ha fatto intendere che l’Arabia Saudita potrebbe ritornare sui suoi passi e ricominciare a pompare a pieno ritmo. Scelta che se confermata potrebbe tagliare le gambe al Venezuela nell’immediato, e riportare la Russia sotto minaccia. I sauditi sanno che la crisi finanziaria globale proseguirà per lungo tempo e così si attrezzano, e soprattutto sanno che tensioni est ovest hanno raggiunto un livello prossimo alla guerra. E, da buoni mercanti, speculano.

Aramco, una privatizzazione record
Sul mercato potrebbe giungere la privatizzazione della Aramco, la compagnia petrolifera saudita, in mano alla famiglia reale e quindi «statale». Nei prossimi mesi gli investitori grandi e piccoli potrebbero mettere le mani sul 5% di una società off shore dentro cui sarebbero contenute parte delle azioni della famiglia reale: l’operazione varrebbe 100 miliardi di dollari. Un piccolo assaggio perché Il valore dell’intera società petrolifera è stimato in 10mila miliardi di dollari e si pensa che la termine dell’operazione di «privatizzazione» nelle casse della teocrazia wahabita potrebbero entrare 2000 miliardi di dollari. La questione è vasta e coinvolge direttamente le economie occidentali. Nonché la società e il livello di civiltà. Di fronte a offerte così vantaggiose che drogano il mercato sarà interessante capire quali strumenti utilizzare per non essere tagliati fuori. Il tasso di interesse offerto dai bond sauditi è fuori mercato e attrarrà capitali da tutto il mondo; rendendo i bond europei, ed in particolare quelli italiani, privi di interesse.

Soldi all’Isis?
E se, come noto, pecunia non olet, viene in ogni caso da domandarsi dove questa enorme massa monetaria si stia dirigendo. In partenza dalle economie occidentali, che bene o male rappresentano ancora un faro per la civiltà, almeno in senso democratico, sono diretti in un Paese molto chiacchierato, per utilizzare un elegante eufemismo. Un dittatura teocratica che finanzia spudoratamente il terrorismo, compresi gli attentati alle Torri gemelle dell’undici settembre 2001. Un Paese dove le libertà civili e religiose sono un miraggio, dove domina la barbarie e la corruzione. Coinvolto nella guerra siriana e libica indirettamente, afferente alla visione fanatica dell’islam conosciuta come wahabismo. Grande sostenitore di Al Qaeda e dei talebani prima, e ora dell’Isis. Pensare che una tale potenza finanziaria giunga nella mani di un Paese con queste caratteristiche dovrebbe far riflettere sul livello di pericolosità raggiunto dalla globalizzazione economica.