20 novembre 2019
Aggiornato 02:00
Scetticismo in vista dell'incontro informale OPEC in Algeria

Il petrolio è in preda alla volatilità

Gli investitori non sanno se brindare all'inatteso calo delle scorte settimanali americane o se temere l'ipotesi di un aumento della produzione in Arabia Saudita, dove già a luglio aveva raggiunto livelli record andando così ad aumentare scorte mondiali in eccesso.

Piattaforma di estrazione petrolifera
Piattaforma di estrazione petrolifera Shutterstock

NEW YORK - Il petrolio è in preda alla volatilità. Gli investitori non sanno se brindare all'inatteso calo delle scorte settimanali americane o se temere l'ipotesi di un aumento della produzione in Arabia Saudita, dove già a luglio aveva raggiunto livelli record andando così ad aumentare scorte mondiali in eccesso. Si tratta di un problema che ha iniziato a colpire il mercato nel giugno 2014, quando ci volevano almeno 100 dollari per comprare un barile; oltre due anni dopo ne bastano 46 circa. Ritorna così lo scetticismo sulla buona uscita del meeting informale che i membri Opec terranno a fine settembre in Algeria, dove discuteranno per l'ennesima volta di un congelamento della produzione.

Scendono le scorte USA
Stando ai dati forniti oggi dal governo americano, nella settimana conclusa il 12 agosto scorso le scorte Usa sono scese di 2,5 milioni di barili contro un incremento atteso di 500.000 barili. Il totale, pari a 521,1 milioni, resta comunque su livelli storicamente alti per questo periodo dell'anno. Gli stock di benzina sono calati di 2,7 milioni di barili a 232,7 milioni, anche in questo caso superando le stime pari a un declino di 1,7 milioni di barili. Le scorte di distillati, che comprendono il combustibile da riscaldamento, sono invece cresciute di 1,9 milioni di barili a 153,1 milioni contro previsioni per una flessione di 400.000 barili. Una notizia positiva è che le scorte a Cushing, Oklahoma (il centro nevralgico del comparto americano dove avviene la consegna fisica dei future sul greggio), hanno registrato una contrazione di 724.000 barili a 64,5 milioni di barili. L'elemento negativo tuttavia è dato dalla produzione, salita nell'ultima settimana di 152.000 barili a 8,6 milioni di barili al giorno, massimi dello scorso giugno. Per quanto facciano notare che il dato settimanale non è sempre affidabile, gli analisti credono che quel dato faccia comunque venire meno le speranze per una contrazione di quello che in America viene chiamato «glut».

A farne le spese sono i produttori americani di shale oil
Ad alimentare le preoccupazioni per un eccesso di scorte, il glut appunto, è anche l'Arabia Saudita. Il leader di fatto dell'Opec pare voglia arrivare ad estrarre 10,9 milioni di barili al giorno contro i 10,67 milioni del mese scorso. Va detto che è normale che Riad aumenti la produzione nei mesi estivi per fare fronte a un aumento dei consumi di elettricità. Ma i trader iniziano ad analizzare un'intervista rilasciata la settimana scorsa dal potente ministro saudita dell'Energia ma fino ad ora ignorata. Kalid al-Falih aveva detto alla Saudi Press Agency che uno dei motivi che spiegano la produzione record è «la forte domanda del petrolio» della nazione. Come vengono interpretate quelle parole? Che l'Arabia Saudita ha tutta la voglia di continuare a estrarre petrolio a pieno regime per mettere sotto pressione il suo arcirivale, l'Iran. A farne le spese sono anche i produttori americani di shale oil, la cui estrazione diventa troppo costosa se i prezzi del barile sotto troppo bassi.

Scetticismo in vista dell'incontro informale OPEC in Algeria
I fari restano puntati sul'incontro che si terrà a margine dell'International Energy Forum previsto dal 26 al 28 settembre prossimi. Il meeting dell'Opec segue quello formale svoltosi a giugno a Vienna (Austria) e quello che si è tenuto a Doha (Qatar) ad aprile; allora l'Arabia Saudita fece saltare un'intesa per il tanto sperato congelamento alla produzione; Riad voleva la partecipazione dell'Iran, concentrato invece a riportare la produzione sui livelli pre-sanzioni (rimosse a gennaio sulla scia dello storico accordo sul nucleare siglato nel 2015 con le principali potenze mondiali). Il rischio è che si ripeta lo stesso copione.