18 ottobre 2021
Aggiornato 19:30
leave o remain?

L'euro-oligarchia barcolla, ma continua imperterrita per la sua strada

L'Unione Europea rischia lo sgretolamento, ma Bruxelles minaccia il Regno Unito con lo stesso bastone già usato per la Grecia e non ha nessun piano B. Ecco quali saranno le conseguenze del “remain”

ROMA - Il referendum sulla Brexit potrebbe decretare la fine dell'euro-oligarchia. Le fondamenta dell'Unione Europea si stanno sgretolando, ma da Bruxelles e Berlino non arriva nessuna autocritica, nessuna proposta di riforma. Ecco cosa potrebbe accadere in caso di vittoria del "leave" e perché, forse, dobbiamo temere di più il "remain".

Lo sgretolamento dell'Unione Europea
L'Impero americano sta assistendo – e forse provocando – lo sgretolamento del suo principale vassallo: l'Unione Europea. Ma deve fare davvero poca fatica perché la tendenza suicida dell'Europa sta sconfinando nella patologia: gli inglesi stanno per votare la Brexit, decretando così, probabilmente, la fine del progetto di un’Europa anti-nazionale, costruita alle spalle delle nazioni e della democrazia, da tecnocrati-congiurati. E da Bruxelles e Berlino non arriva una sola autocritica.

Lo stesso bastone già usato per la Grecia
Non la minima proposta di riforma, di apertura alle obiezioni, di ripensamento dell’agghiacciante inglobamento di una dozzina di paesi dell’Est, estranei alla mentalità comune. Solo il proposito di «dare all’Inghilterra una lezione durissima, facendole pagare cara l’uscita, nella speranza di dissuadere i cittadini europei dal cercare simili avventure», secondo il corrispondente a Bruxelles de Il Sole 24 Ore. E’ lo stesso bastone che hanno già usato per la Grecia, ed anche per l’Italia.

Nessun piano B
Gli inglesi, però, evidentemente sanno riconoscere una dittatura quando ne vedono una. A differenza di altri paesi. La Francia è in stato insurrezionale, ma l’Eliseo esegue il programma sul lavoro da svalutare che gli è stato imposto dall’UE. Parimenti, tutti i politici europei, dopo aver demandato per cinquant’anni le scelte decisive a Bruxelles, o ancor peggio ai «mercati» – ossia all’economia predatoria – non hanno quasi più la legittimità per dare ordini ai loro popoli. E soprattutto, non hanno un piano B.

Non solo ragioni economiche
Questa crisi potrebbe essere l’occasione per rifondare l’Europa, ma la Merkel non fa’ che ripetere le stesse minacce di una egemonia tedesca ormai messa in forse. Già basterebbe, come disse Varoufakis ad Evans-Pritchard, che riconoscessero che «la UE di oggi è una casa deformata e mezzo-finita che nessuno ha voluto in questo modo»: sarebbe un segno di resipiscenza e onestà intellettuale. Ma niente, vogliono più Europa, più deformità. E’ sintomatico il fatto che i media elencano i motivi per cui la Gran Bretagna deve restare in Europa, non sanno far altro che ricondurre il discorso a motivi economici.

La questione è politica
Ma la questione è politica, ed esige scelte politiche. Attenzione: non la politica ornamentale, arma di distrazione di massa: la Politica con la P maiuscola. La cui irruzione terrorizza i tecnocrati e i loro caudatari. Evans Pritchard, il giornalista del Telegraph che emerge ormai come la guida intellettuale del Brexit, ha già risposto alle obiezioni di tipo economico: «Chiunque creda che sarà facile alla Gran Bretagna svincolarsi dopo 43 anni di avviluppamento negli affari UE, è un ciarlatano o un sognatore». Ma qui, gli inglesi devono scegliere «se vogliono vivere sotto un regime sovrannazionale, governato da un Consiglio Europeo che noi non eleggiamo, e che il popolo britannico non può rimuovere, anche se persiste nell’errore».

Nessuna convenienza economica vale la libertà politica
Bisogna «restaurare in pieno l’autogoverno di questa nazione»; questa è una scelta «elementare». Il punto è che nessuna convenienza economica vale la libertà politica. E’ una frase che ricorda quella con cui Churchill criticò il governo britannico che aveva accontentato Hitler a Monaco: «Dovevano scegliere tra la guerra o il disonore. Hanno scelto il disonore, e avranno la guerra». Siamo da sei anni immersi nella crisi dell’eurozona e non c’è ombra di unione fiscale: niente eurobonds, nessun fondo di riscatto hamiltoniano dei debiti, nessuna messa in comune del debito pubblico, e nessun trasferimento dei bilanci dai paesi attivi ai passivi: tutte le cose normali e obbligatorie di una unione monetaria, a cui la Germania si oppone con pietrificata ostinazione.

Le conseguenze del «remain»
Tuttavia, contrariamente agli strilli della propaganda, i bookmakers danno per certa la vittoria del «restare». C’è chi si consola: anche in caso di sconfitta del Brexit, esso ha mostrato che la UE è mortale, che può finire se i suoi cittadini lo decidono per referendum. E’ un ottimismo perlomeno eccessivo: come abbiamo visto, durante tutta la campagna contro il Brexit, Bruxelles, Berlino, Francoforte, Parigi (e Roma) non hanno offerto la minima autocritica, riconosciuto alcun errore, proposto un briciolo di riforma. Se vince il «restare», il rischio è quello che non sarà consentito più alcun referendum a nessuno dei popoli europei. La UE chiuderà il portone e butterà via la chiave. Ma c’è anche una conseguenza peggiore, se vince la viltà contro la dignità, se vince l’economia sulla Politica. Come insegna la storia, se sceglieremo il disonore potremmo avere la guerra.