30 marzo 2020
Aggiornato 12:34
i PVS temono la federal reserve

Perché Giappone, Spagna, Cina e Usa non rischiano davvero il default, mentre altri sì

A tremare, oggi, col fiato sospeso in attesa di conoscere la decisione della Federal Reserve sui tassi d'interesse sono ben 14 Stati in grande pericolo di crisi da debito

ROMA - Il debito pubblico e privato del Pianeta Terra sfiora, secondo un recentissimo studio del McKinsey Global Institute, i 200mila miliardi di dollari: pari al 286% del Pil mondiale. Si tratta di una vera e propria bomba a orologeria globale che, dal 2007 a oggi, è aumentata di 57mila miliardi di dollari, ossia circa 25 volte l'intero debito pubblico italiano. Quasi tutti i paesi del mondo contribuiscono a questo inquietante indebitamento su scala globale, tuttavia alcuni oggi stanno tremando più di altri. In pole position troviamo il Giappone, il cui debito - tra pubblico e privato - ha raggiunto il 517% del Pil nazionale. Segue, inaspettatamente, la Spagna con un debito totale pari al 401% del suo prodotto interno lordo. Mentre in terza e quarta posizione troviamo la Cina (282% del Pil) e gli Stati Uniti (259% del Pil). Nonostante i numeri da capogiro, però, a rischiare il default sono ben altri paesi.

I 14 paesi che rischiano il default
A tremare, oggi, col fiato sospeso in attesa di conoscere la decisione della Federal Reserve sui tassi d'interesse sono 14 Stati in grande pericolo di crisi da debito: Bhutan, Capo Verde, Dominica, Etiopia, Ghana, Laos, Mauritania, Mongolia, Mozambico, Samoa, Sao Tomé e Principe, Senegal, Tanzania e Uganda. Secondo la nuova analisi del Jubilee Debt Campaign, infatti, questi paesi sono ad «alto rischio di una crisi del debito governativa». Sono PVS, fortemente indebitati, il cui debito è espresso in dollari americani. Proprio i tassi USA, così vicini allo zero, hanno fin qui favorito il ricorso all'indebitamento spericolato, ma i nodi stanno ora per venire al pettine e con interessi – è il caso di dirlo – piuttosto alti. Soprattutto in Africa, il continente nero cui è concentrata la maggior parte dei paesi in questione. Secondo lo studio del Jubilee Debt Campaign, questi 14 paesi hanno in comune tre «malattie»: un debito pubblico superiore al 30% del Pil, un deficit delle partite correnti superiore al 5% del Pil, e un ritmo di rimborso del debito superiore al 10% delle entrate statali. Un mix esplosivo, e l'innalzamento dei tassi d'interesse USA potrebbe accendere la miccia in questo lago di benzina.

Cosa temono le economie emergenti
Se, infatti, per l'economia americana è perfettamente fisiologica a questo punto la ricerca di una normalizzazione della politica monetaria, per i paesi emergenti invece questa decisione potrebbe trasformarsi in uno tsunami. I tassi ai minimi, cioè un costo del denaro molto basso, svolgono un ruolo fondamentale durante una crisi economica, perché supportano l’economia in una fase di recessione. Sono una sorta di acceleratore dell'economia reale. Ma nelle fasi di crescita sono uno stimolo di cui si deve progressivamente riuscire a fare a meno. Perciò devono essere corretti al rialzo, per tenere sotto controllo l'inflazione ed evitare che superi la soglia del 2%. Si tratta, per gli Stati Uniti, di una scelta obbligata, non procrastinabile oltre i primi mesi del 2016. Ma per la Cina e le economie emergenti, soprattutto per quelle fortemente indebitate in dollari, le ripercussioni potrebbero essere drammatiche.

A ogni governo le sue responsabilità
L'innalzamento dei tassi e l'apprezzamento del dollaro potrebbero far lievitare il loro debito in modo esponenziale, causando una vera e propria fuga di capitali da questi paesi verso il biglietto verde. Come abbiamo già detto altrove, l'aumento dei tassi USA porterebbe con sé la contemporanea rivitalizzazione del dollaro, e questa sarebbe deleteria anche per molte corporate dei mercati emergenti. Un esempio tra tutti: la brasiliana Petrobras, già alle prese con il rincaro della valuta americana e con i prezzi del petrolio ai minimi da quindici anni, dovrebbe affrontare guai ancora maggiori per il suo forte indebitamento in valuta estera. Uno studio condotto da Morgan Stanley ha rilevato come le aziende non americane in giro per il mondo abbiano contratto debiti per 9.200 miliardi di dollari, a fronte dei 1.000 miliardi di dollari di dieci anni fa. Senza dimenticare che l'onda d'urto della bolla speculativa esplosa in quel di Pechino non ha ancora smesso di generare turbolenze sui mercati finanziari globali. Questi 14 paesi si trovano in una condizione estremamente delicata dinnanzi alla decisione della Fed, ma è opportuno sottolineare che sono state le politiche scellerate dei loro governi ad alimentare un indebitamento senza freni e senza regole.

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