20 settembre 2019
Aggiornato 11:30
Padoan vola a Bruxelles

Dopo il bail-in, arriva la bad bank. Cosa non ci convince

Invece di intraprendere una virtuosa separazione tra banche commerciali e di investimento, per disincentivare le attività speculative più rischiose e dare respiro all’economia reale, la strada intrapresa dal nostro governo è ben diversa

ROMA – Dopo la legge sul bail-in, arriva la bad bank. Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, è volato a Bruxelles per trovare un accordo e ottenere il via libera dell’Ue. Il problema centrale dell’Antitrust europeo è quello di vigilare che l’Italia non intervenga con un bail out, in contrasto con la normativa comunitaria che vieta appunto gli aiuti di stato, e l’obiettivo di Matteo Renzi è quello di varare una bad bank senza violare le regole europee. Tutto bene, quindi. Noi, però, sentiamo puzza di bruciato…

Cosa sta succedendo
Il governo italiano vuole costituire una bad bank quanto prima, per liberare le banche nostrane dalle loro sofferenze e poter così rilanciare il mercato del credito. Come spiegavamo nel precedente articolo sull’argomento, infatti, la situazione degli istituti bancari italiani si è drammaticamente deteriorata:  in pochi anni le sofferenze hanno raggiunto la cifra record pari a 190 miliardi di euro. Nel 2008 erano circa 43 miliardi. E se si considerano tutti i titoli deteriorati (cioè le sofferenze bancarie più i crediti di imprese in oggettiva difficoltà) raggiungiamo i 350 miliardi di euro.  Ad oggi, circa il 10% dei crediti erogati non viene restituito.

Arriva la bad bank
Questo impasse crea gravi problemi sul mercato del credito: perché le banche non possono più prestare denaro a imprese e famiglie, acuendo le difficoltà dell’economia reale nel nostro sistema-paese. A giugno il totale dei finanziamenti in essere ha avuto una variazione prossima allo zero ( pari a -0,1%) rispetto a un anno fa, dopo un calo dello 0,6% durante il mese di maggio. Per dirla in parole semplici, le banche (proprio perché in difficoltà) hanno chiuso i rubinetti. Perciò, le sofferenze degli istituti di credito  sono indiscutibilmente una zavorra per il sistema economico nel suo complesso. Ecco perché il premier, nel suo recente intervento alla Borsa italiana, ha definito la bad bank una «priorità assoluta» del governo. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna.

Uno strano paradosso
Solo pochi giorni fa (esattamente il 2 luglio scorso) Montecitorio ha approvato la legge sul bail-in. La ratio della direttiva comunitaria, infatti - ora recepita anche nel nostro ordinamento nazionale -, è proprio quella di responsabilizzare gli istituti di credito, dichiarando guerra all’azzardo morale. La bad bank, però, va proprio nella direzione opposta. Nella sostanza, si tratta di costituire un veicolo economico-giuridico al fine di liberare le banche delle loro sofferenze, sviluppando un mercato secondario dei crediti deteriorati per rimetterli in circolazione. Quanto di più lontano dalla logica del bail-in. Come sottolinea anche Andrea Baranes nell’articolo pubblicato recentemente su sbilanciamoci.info, la bad bank di Matteo Renzi rischia di rappresentare un pericoloso incentivo all’azzardo morale per le banche, che potranno così giovarsi di un bel paracadute pubblico.

Tutto deve cambiare, affinché nulla cambi
Invece di intraprendere una virtuosa separazione tra banche commerciali e di investimento, per disincentivare le attività speculative più rischiose e dare respiro all’economia reale, introdurre nuove norme sulla trasparenza e più rigore nella gestione delle attività finanziarie da parte degli istituti di credito, la governance italiana (ma anche quella europea, bisogna sottolinearlo) sembra preferisca percorrere tutt’altra via. Da un lato, probabilmente, Bruxelles darà il suo benestare alla bad bank (grazie alla quale le banche nostrane, colpevoli di aver «sbagliato»(?) i loro investimenti tireranno un gran bel sospiro di sollievo), dall’altro rivendica orgogliosamente la paternità della legge sul bail-in (con la quale, peraltro, vengono de facto tirati in ballo i correntisti per pagare gli errori degli istituti di credito). A prima vista sembra sia una situazione paradossale, ma – quel che è peggio – è che crediamo non lo sia affatto: ciò che emerge è la triste, tristissima constatazione che continuerà la vecchia storia. Quella della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite.