15 dicembre 2019
Aggiornato 01:00
Descalzi: «Sono particolarmente soddisfatto»

Avvio di 2015 brusco per ENI

Il Cane a sei zampe ha chiuso il primo trimestre con l'utile netto a 700 milioni (-46%), quello operativo adjusted invece si è attestato a 1,57 miliardi (-55%). Ricavi in calo del 18,5% a 23,79 miliardi di euro, mentre è salito di quasi due miliardi l'indebitamento finanziario netto, passato dai 13,69 miliardi del 31 dicembre 2014 agli attuali 15,14 miliardi

MILANO – Eni ha iniziato il 2015 chiudendo il primo trimestre con un utile netto sceso del 46 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa a 700 milioni di euro (risultato adjusted di 650 milioni) mentre l'utile operativo adjusted consolidato si è attestato a 1,57 miliardi, con una flessione del 55 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa principalmente, secondo la società, per effetto del calo del prezzo del petrolio. Ricavi in calo del 18,5 per cento a 23,79 miliardi di euro, mentre è salito di quasi due miliardi l'indebitamento finanziario netto, passato dai 13,69 miliardi del 31 dicembre 2014 agli attuali 15,14 miliardi.

LE BUONE NOTIZIE - Il Cash flow operativo si è attestato a 2,3 miliardi. La produzione è aumentata del 7,2 per cento a 1,697 milioni di barili al giorno. E' tornato al segno più il risultato operativo del settore r&m (raffinazione e marketing) e chimica per 120 milioni di euro rispetto alla perdita di 310 milioni del primo trimestre 2014 grazie, ha spiegato Eni, alle iniziative di efficienza e al recupero dei margini di raffinazione. Utile operativo di 50 milioni di euro (+21,5%) il settore del gas, nonostante un calo delle vendite di gas del 4,3% rispetto al primo trimestre 2014.

I PROGETTI IN CORSO - Per quest'anno Eni ha comunicato di aver deciso di voler investire nel progetto integrato oil&gas offshore in Ghana, mentre ha fatto sapere di aver avviato la produzione dai giacimenti Hadrian South e Lucius negli Stati Uniti, West Franklin nel Regno Unito, Eldfisk 2 fase 1 in Norvegia e Nené Marine in Congo. Inoltre il Cane a sei zampe ha effettuato scoperte «near-field» in Egitto e Libia mentre in Indonesia ha incrementato le risorse esplorative della scoperta a gas Merakes. Infine il colosso energetico ha acquisito nuovi permessi esplorativi in Egitto, Norvegia, Regno Unito e Myanmar.

DESCALZI, PARTICOLARMENTE SODDISFATTO - L'amministratore delegato, Claudio Descalzi si è detto «particolarmente soddisfatto dei risultati conseguiti» perché, in linea con la «strategia annunciata lo scorso marzo, recuperano per oltre € 600 milioni l’effetto scenario negativo determinato dal crollo del prezzo del Brent». L'ad ha poi sottolineato che le produzioni upstream «sono in crescita, i piani di sviluppo a sostegno delle nuove produzioni 2015-2016 proseguono secondo le previsioni, mentre tutti i business mid-downstream, approfittando anche di uno scenario favorevole, sono tornati in utile evidenziando i frutti delle azioni di trasformazione avviate».

IL DOWNGRADE DI STANDARD & POOR'S - La scorsa settimana l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha abbassato il rating a lungo termine di Eni portandolo ad «A-», con outlook «stabile», dal precedente «A» con «credit watch con implicazioni negative». S&P inoltre ha abbassato il giudizio a breve termine portandolo ad «A-2» da «A-1». L'agenzia ha spiegato che il downgrade è stato deciso a causa del «prezzo basso di petrolio e gas» che persisterà «nei prossimi 2 anni e produrrà profitti più contenuti e un cash flow a valle di investimenti e dividendi negativo, malgrado le azioni del management per frenare la cedola e ridurre costi e investimenti». S&P inoltre ha citato le possibili difficoltà per il Cane a sei zampe, che possono derivare dal fatto di operare in Paesi «ad alto rischio», come Libia e Nigeria, e la debolezza dell'economia italiana per quanto riguarda i settori della raffinazione e del gas. Infine l'agenzia ha giudicato come «improbabile» che Eni possa stanziare più del 60 per cento della propria liquidità al ripagamento del debito nel biennio 2015-2016, «anche considerando le dismissioni annunciate», che ammontano a 8 miliardi da qui al 2018. Comunque S&P ha dato un outlook stabile, per il rinnovato impegno sul fronte delle cessioni e perché ha considerato «più sostenibile» la nuova politica sui dividendi.