4 aprile 2020
Aggiornato 05:00
Secondo l'Istat i senza lavoro sono saliti a tre milioni e mezzo

Disoccupazione da paura, ecco la ricetta tedesca

Nel Belpaese il tasso di disoccupazione nazionale ha raggiunto quota 13,4%, e la neet generation rischia di azzoppare del tutto l'economia italiana. Quindici anni fa anche la Germania navigava in pessime acque, ma ora è la locomotiva d'Europa. Ecco la ricetta tedesca per vincere la disoccupazione.

ROMA - Secondo i dati dell'Istat, il tasso di disoccupazione nazionale relativo al mese di novembre ha raggiunto quota 13,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,9 punti nei dodici mesi. Rispetto ad ottobre, sono andati in fumo 48mila posti di lavoro.

LA NEET GENERATION AZZOPPA L'ITALIA – Il numero di disoccupati è salito drammaticamente a 3 milioni e 457 mila. Ma il dato più allarmante riguarda i giovani: nella fascia d'età tra i 15 e i 24 anni, sono in 729 mila a non trovare lavoro. Circa il 44% dei ragazzi italiani fa parte della NEET (acronimo inglese che sta per «Not engaged in Education, Employment or Training») generation: non studia e non lavora. Un panorama allarmante, perché un'intera generazione di forza lavoro è ferma ai blocchi di partenza, alimentando una crisi economica nazionale – ed un preoccupante disagio sociale – senza precedenti. C'è bisogno urgente di risposte e fatti concreti, per spezzare il circolo vizioso che, mediante la crescita della disoccupazione, sta causando la stagnazione dell'economia reale con le conseguenze drammatiche – in termini di riduzione del Pil e crescita della povertà nazionale - che tutti conosciamo.

LA GERMANIA: DA MALATO A LOCOMOTIVA D'EUROPA - A chi e a cosa guardare, per trovare – almeno parzialmente – le risposte che servono all'Italia? Basta salire un po' più a nord, dove lo scenario è diametralmente opposto: in Germania il tasso di disoccupazione nazionale ha raggiunto il minimo storico. Nel mese di dicembre è sceso al 6,5% e il numero dei senza lavoro è calato di 27mila unità contro le 5mila attese dagli economisti. Un record. Eppure, solo quindici anni fa, anche i tedeschi piangevano calde lacrime a leggere i dati nazionali sull'occupazione, e facevano i conti con un'allarmante stagnazione. Ai primi degli anni Duemila, la Germania era stremata dal decennio post-riunificazione e si collocava in fondo alle classifiche economiche internazionali. Dal 1991 al 2000, dovette pompare l'equivalente di 1.500 miliardi di euro nelle casse delle nuove regioni, completamente distrutte dalla guerra, per risuscitarle. Un impegno più che doloroso, al quale non aveva modo di sottrarsi, che mise in ginocchio tutto il paese. Ma eccola oggi, la rediviva Germania, da «malato» a «locomotiva d' Europa».

IL MIRACOLO TEDESCO DEL PIANO SCHROEDER - Il piano che la salvò porta il nome di Gerhard Schroeder. Berlino tagliò di netto la disoccupazione, il pesco fiscale del lavoro e riformò la sanità. Il governo Schroeder – ahimè - pagò a caro prezzo le sue riforme sul lavoro: politicamente fu un impietoso boomerang per il partito socialdemocratico – che perse il favore del suo elettorato e le successive elezioni -, ma economicamente determinarono il successo dello stato tedesco. Il paese di Angela Merkel vanta tassi di crescita e di produttività tra i migliori d'Europa, i disoccupati sono crollati a 3 milioni e la differenza tra disoccupazione giovanile e media oscilla attorno ai 3-4 punti contro i 25 del Belpaese. Come ci è riuscito?

I SEGRETI DEL SUCCESSO - La definizione dell'insieme di riforme proposte dal governo Schroeder viene definito «piano Hartz», dal nome del consigliere del cancelliere tedesco che lo formulò. Per agevolare l'iter legislativo, i provvedimenti vennero suddivisi in singole leggi per la riforma del mercato del lavoro, divenendo celebri coi nomi che seguono: Hartz I, Hartz II, Hartz III e Hartz IV; entrate in vigore gradualmente tra il 2002 e il 2005. La riforma è stata controversa e duramente contestata, fondandosi sulla riduzione dell'orario di lavoro (mediante la creazione della famosa categoria dei mini-jobs), sulla diminuzione del sussidio di disoccupazione e sull'obbligo forzato dell'accettazione di un nuovo impiego – pena la perdita secca dell'intero sussidio -, dopo aver avuto la possibilità di rifiutarne due proposti dall'agenzia di collocamento. All'Spd, il piano Hartz costò l'accusa di aver reso le condizioni dei lavoratori meno sicure e di aver spalancato dinnanzi alle nuove generazioni la strada del precariato. Ha però trasformato la Germania nel paese col tasso di esportazione più alto d'Europa.

IL RUOLO CHIAVE SVOLTO DAI SINDACATI - C'é da aggiungere che questo non sarebbe stato possibile senza il ruolo fondamentale svolto dai sindacati tedeschi all'interno di questa fase rivoluzionaria per la società e l'economia del paese. L’incredibile trasformazione dell’economia tedesca è dovuta anche un processo di decentralizzazione della contrattazione del lavoro senza precedenti, che ha portato a una riduzione del costo del lavoro e alla crescita della competitività. I sindacati hanno svolto una funzione chiave in questo processo, che è stato possibile grazia alla loro struttura e, soprattutto, grazie alla loro autonomia. In un momento particolarmente difficile per il paese, hanno accettato di essere molto più flessibili di quanto si potesse immaginare, e di andare incontro alle necessità della politica industriale. La riforma del governo, se non fosse stata sostenuta e supportata dai lavoratori, da sola non sarebbe stata sufficiente per raggiungere tali risultati. I sindacati hanno accettato la riduzione dei salari e dell'orario di lavoro, e le altre stringenti condizioni dettate dal piano Hartz. Non è stata una politica imposta dall'alto, ma condivisa dal basso: possibile perché il sistema di relazioni industriali della Germania è dotato di una grande flessibilità e capacità di adattamento – unico nel panorama europeo -, che scaturisce anche da una diretta partecipazione sindacale nelle decisioni dell'azienda. A fronte di una maggiore disponibilità, i lavoratori possono intervenire collegialmente nella gestione aziendale più che altrove. Do ut des.

A fronte dei problemi strutturali della disoccupazione italiana, varrebbe forse la pena di spostare lo sguardo più a Nord, tenendo conto della specificità politica, sociale ed economica del nostro paese e restando fedeli alla nostra identità, ma con l'animo predisposto ad imparare da chi nel frattempo ha ottenuto qualche successo in più.
 

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