24 febbraio 2020
Aggiornato 19:30
Riforme sul Lavoro

Il governo si mette al riparo dall'art.18

Il governo decide di rinviare lo scontro sull'art.18. In questo modo, il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ritengono di poter disinnescare la «bomba» e posticiparne la cancellazione, affinché non diventi un casus belli, a tempi più maturi.

ROMA - Lavoro, riforme, fisco e giustizia: sono questi, secondo quanto si apprende, i punti cardine del discorso che il presidente del consiglio Matteo Renzi terrà domani in Parlamento. Il premier, viene riferito, al rientro dalla Sicilia si è concentrato sul discorso che terrà domani in Parlamento (alle 10.30 al Senato, alle 15 alla Camera). Un discorso che Renzi definisce «programmatico» e che sarà centrato appunto su lavoro, riforme - in particolare la legge elettorale - il fisco e la giustizia. Rivendicando i risultati ottenuti, ma soprattutto indicando una visione d'insieme per il governo. Nell'intervento, ovviamente, non mancheranno passaggi sull'Europa, sulla scuola, sulla situazione internazionale. La priorità economica del paese resta comunque la riforma del mercato del Lavoro, ed è sull'art.18 che il governo deve giocare una delle sue battaglie più delicate.

 ART. 18: SCONTRO RINVIATO - Di fronte alle pessime previsioni dell'Ocse, che posticipano la ripresa dell'economia, il governo decide di rinviare lo scontro sull'art.18. Prima è necessario metter le mani su alcuni criteri generali, per rivedere le tutele dello Statuto dei lavoratori; poi con i decreti delegati, provvedere alla riscrittura delle regole sui licenziamenti. In questo modo, il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ritengono di poter disinnescare la "bomba" e posticiparne  la cancellazione, che rischia di diventare un casus belli, a tempi più maturi. Esattamente a quando, sperano, esso sia divenuto superfluo e marginale in un contesto legislativo ben orientato alla promozione attiva dell'occupazione.

EXIT STRATEGY - Probabilmente ci sarà bisogno di una delega, e ad essa mirano Renzi e Poletti. Nonostante sia già presente una exit strategy, che prevede l'introduzione del contratto di inserimento a tutele crescenti. Tutele che si concretizzerebbero o sul fronte del reintegro, dopo tre anni dall'assunzione, o con indennizzi progressivamente crescenti in virtù di un rapporto di lavoro consolidato e continuativo nel tempo. Renzi e Poletti nel frattempo vogliono tenersi il campo libero, e decidere sulla base di una delega sufficientemente ampia cercando di non scontentare nessuno. E, una volta approvata la delega, sarebbe complicato per i parlamentari del Pd prendere le distanze dalla decisione di un leader di governo che è anche segretario del partito.

LE DUE POSIZIONI - Intanto, è scontro aperto sulle due posizioni più significative: da un lato, Cesare Damiano e parte del Pd vogliono mantenere il diritto al reintegro di lavoratori, e in tal caso questo diritto potrebbe maturare dopo un paio d'anni. Dall'altro, Maurizio Sacconi propone invece la sostituzione del reintegro con indennizzi a tutele crescenti. Il dibattito rimane comunque aperto, e non mancano critiche a Renzi anche all'interno del Pd: Vannino Chiti sostiene che «Le riforme, compresa quella del mercato del lavoro, sono indispensabili. Ma non possono essere ancorate a logiche di riduzione dei diritti dei lavoratori.» Una lettura particolarmente condivisa da Maurizio Landini, leader della Fiom, per il quale: «Renzi prosegue il lavoro sporco dei suoi predecessori. Eliminare l'art.18 sarebbe una follia».