11 dicembre 2019
Aggiornato 10:30

Il giallo: Ferrari all'attacco o Mercedes al risparmio?

Ma sono le frecce d'argento che non stanno spingendo al massimo la loro vettura? O è la rossa che si è davvero avvicinata? Nel paddock girano strane voci, ma la chiave per capire questi risultati sta nella mentalità delle squadre

SEPANG – Una tentazione davvero irresistibile, quella della dietrologia. Perfino per osservatori solitamente attenti come il collega Luigi Perna della Gazzetta dello Sport. «Voci del paddock – ha twittato ieri sera – dicono che la Mercedes non starebbe mostrando il suo vero potenziale per evitare nuove polemiche sui regolamenti». Cara vecchia dietrologia: non solo sport nazionale italiano ma anche passatempo preferito del paddock della Formula 1. Negli anni ne abbiamo sentite di tutti i colori: dalla Ferrari agevolata dalla Federazione (la Fia, ribattezzata da qualche burlone Ferrari International Assistance) alla Brawn GP che vinse il titolo solo per poter restituire i soldi del premio al patron Bernie Ecclestone a copertura dei debiti lasciati dalla Honda. Oggi dovremmo credere che le frecce d'argento preferiscono addirittura perdere piuttosto che rischiare che cambino quelle regole che sono riusciti a interpretare meglio degli altri. Ovvero, darsi la zappa sui piedi da soli oggi per evitare che qualcuno gliela dia domani. Geniale.

Ma ogni leggenda, come si suol dire, ha un fondo di verità. Ed è senz'altro vero che i campioni del mondo in carica non abbiano quasi mai messo in mostra il loro vero potenziale. Fin dall'anno scorso, con le sole probabili eccezioni di quelle gare in cui la lotta intestina tra Hamilton e Rosberg era lievitata al punto tale da costringere entrambi a dare il 100%. Invece di avventurarci in fantasiose speculazioni, però, ci limitiamo ad ipotizzare la motivazione più ovvia: quando hai una monoposto nettamente più veloce di tutte le altre (perché, polemiche regolamentari a parte, semplicemente il team tedesco è stato più bravo degli avversari: càpita) non serve metterla alla frusta rischiando di comprometterne l'affidabilità. Basta quel tanto che ti permetta di mantenere un margine di sicurezza. Tutto qui.

Che l'affidabilità resti in cima alle preoccupazioni dei tecnici teutonici, del resto, lo hanno confermato le infinite serie di giri che si sono costretti a compiere durante le prove invernali, curandosi poco o niente dei tempi ma molto dei limiti di rottura. E anche quel guasto alle prese d'aria del motore che solo ieri aveva messo in allarme il box argenteo, facendo perdere una sessione e mezza ad Hamilton. Così, ancora una volta la Mercedes non ha spinto al massimo nelle qualifiche di oggi, complice anche la pioggia. Solo che stavolta ha fatto male i conti e la Ferrari ne ha approfittato: Sebastian Vettel ha piazzato la zampata a soli 74 millesimi dal leader della classifica e davanti anche al suo connazionale Rosberg. Perché, al di là di qualsiasi considerazione sulle strategie Mercedes, il dato di fatto è che il Cavallino rampante un balzo in avanti lo ha fatto davvero, ed enorme.

Magari in condizioni meteo normali non sarebbe riuscita a lottare per la pole (del resto l'uso delle gomme sul giro secco rimane il suo principale tallone d'Achille). Magari i lunghi rettilinei della pista di Sepang favoriranno più del tracciato cittadino atipico di Melbourne quel motore, trasformatosi in capo a dodici mesi da punto debole a punto di forza. Ma indubbiamente a Maranello sembra si sia ritrovata finalmente quella strada smarrita da tanto, troppo tempo: quella che porta alla vittoria. E non è merito (solo) dei nuovi tecnici, visto che la SF15-T è ancora uscita dalla penna dei vecchi. Non è merito (solo) dei cento milioni di budget in più a disposizione o delle nuove infrastrutture (una galleria del vento ricalibrata, un nuovo banco prove per i motori, un nuovo simulatore dinamico e, presto, anche uno di guida). Il merito è soprattutto della testa: di quel Maurizio Arrivabene che ha riportato alla Ferrari il decisionismo dittatoriale di Jean Todt e il lavoro di squadra di Ross Brawn. Era questo che gli Stefano Domenicali o i Marco Mattiacci non erano riusciti a imprimere: una mentalità unita e vincente. Quella che aveva fatto nascere l'era Schumacher. E questo è quello che conta di più, al di là di ogni dietrologia.