14 giugno 2021
Aggiornato 02:30
L'intervista

Ortis: «Draghi penserà più alle banche e alla finanza che ai cittadini italiani»

Il Senatore Fabrizio Ortis, espulso dal Movimento 5 stelle, spiega al DiariodelWeb.it le ragioni che lo hanno portato a non votare la fiducia al governo Draghi

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi ANSA

Tra i quindici senatori del Movimento 5 stelle espulsi per non aver votato la fiducia al governo Draghi c'è anche Fabrizio Ortis. Che, sentito dal DiariodelWeb.it, continua ad usare il «noi» quando si riferisce ai pentastellati, quasi a non voler accettare l'uscita dal gruppo politico che lo ha portato in parlamento. Eppure riserva anche delle forti critiche ai suoi ormai ex compagni di partito, rei di aver appoggiato un esecutivo iper-liberista, più attento ai grandi poteri economici che alle esigenze degli italiani, e che rispolvera un'epoca ormai passata della nostra politica. In cui il M5s rischia dunque di ritrovarsi in posizione di irrilevanza.

Senatore Fabrizio Ortis, perché ha deciso di votare no al governo Draghi?
I dubbi li avevo dall'inizio, tanto che fino all'ultimo ho soppesato la mia scelta di votare o meno per la fiducia. A farmi propendere per il no è stata la squadra dei ministri, con cui credo sarà difficile lavorare, e il discorso, carente sotto alcuni punti di vista.

Che cosa non l'ha convinta del discorso programmatico?
Un tema che sta molto a cuore agli italiani, come la lotta alla criminalità organizzata, è stato nominato solo in un secondo tempo, nel discorso alla Camera, quando a Draghi è stato fatto notare che se ne era completamente dimenticato. Non si è parlato di lotta alle diseguaglianze, di redistribuzione della ricchezza... Argomenti che, in effetti, non ci aspettavamo da un profilo come quello del professor Draghi. Ma c'è un altro punto che mi ha portato a dire «no».

Quale?
Il trattamento ricevuto dal Movimento 5 stelle. Che ha ottenuto quattro ministeri, di cui solo uno prestigioso, quello degli Esteri, ma non determinante nella gestione dei soldi del Recovery Fund. Questo non basta a giustificare l'ingresso al governo. Avremmo dovuto tenere un atteggiamento più cauto, far partire l'esecutivo magari con un'astensione e poi collocarci all'opposizione.

Come Fratelli d'Italia?
Ma facendo un'opposizione vera, non di sistema. Temo che la Meloni punterà solo a garantire a quel blocco unico che sono diventati i vecchi partiti tradizionali anche le posizioni che spettano, come garanzia costituzionale, alle minoranze: penso alla Vigilanza Rai, al Copasir... Di fatto, avremo il governo con meno opposizione degli ultimi anni: con tutti i partiti dentro, compreso il M5s. E questo fatto, secondo me, è un vulnus per la democrazia. Nonché un rinnegamento delle battaglie storiche del Movimento.

Eppure, almeno nella composizione, il governo Draghi non ha riconfermato una buona metà dei ministri del governo Conte?
Non esattamente. Ad esempio, per me è umiliante che chi ha fatto un gran lavoro al ministero dello Sviluppo economico, come Stefano Patuanelli, sia stato «retrocesso» all'Agricoltura. Un brutto segnale. Probabilmente Beppe Grillo, che resta uno dei miei padri ispiratori, e il resto della dirigenza del M5s sono stati poco assertivi in fase di trattativa. Avremmo potuto chiedere molto di più, considerando che abbiamo oltre 300 parlamentari e siamo la prima forza in parlamento.

Grillo, però, ha ottenuto il ministero della Transizione ecologica.
Che è andato a Roberto Cingolani, il quale dalla comunicazione del Movimento è stato venduto come un nostro ministro, ma non lo è. Si tratta di un super-tecnico, che tra l'altro era presente anche alla Leopolda di Matteo Renzi.

Ci sono altri ministri che non riesce proprio a digerire?
Chiaramente quelli di Forza Italia, che rappresentano la restaurazione del mondo di Berlusconi che speravamo di esserci lasciati alle spalle. Fatto di cabarettismo applicato alla politica, di nani e ballerine al governo, senza offendere nessuno sul piano fisico. Doveva essere il governo dei migliori, invece è uno zibaldone di cadaveri politici riesumati.

Si aspetta un'azione di governo iper-liberista. Che cosa glielo fa pensare?
La figura stessa del professor Draghi, il campione del liberismo. Ha trascorso la sua intera carriera a garantire il capitale prima delle persone, il mantenimento ad ogni costo della stabilità di un sistema economico che non ci piace. Probabilmente, anche se spero di sbagliarmi, si occuperà più delle necessità dei grandi gruppi industriali, delle banche e della finanza che dei cittadini.

Quindi il problema non sta solo nella maggioranza che sostiene Draghi, ma proprio nella persona stessa del presidente?
Più che altro, nel simbolo che rappresenta. Quello di un'Europa che prima si mostra benevola, concedendoci 309 miliardi, e poi si preoccupa se a gestirli è una persona stimatissima e rispettabilissima come Giuseppe Conte, che pure li aveva ottenuti. Tramite manovre di palazzo, di cui Renzi è stato solamente il terminale, è riuscita a far cadere il governo del premier più amato dagli italiani, e a metterci un proprio uomo. Per controllare come saranno distribuiti questi soldi e magari evitare che andassero nelle tasche di chi davvero ne ha bisogno.

Lei ha anche svelato un retroscena: che i senatori pentastellati contrari a Draghi erano in realtà molti di più dei quindici che hanno effettivamente votato «no».
Questo mi ha fatto molto male. Quando si è prospettata l'idea di entrare nel governo di tutti, la stragrande maggioranza dei senatori e una maggioranza relativa dei deputati erano contrarie. Poi, solo in quindici abbiamo votato contro, perché nel frattempo si sono verificate delle pressioni, sulla base di rapporti amicali o di minacce di espulsione, poi in effetti verificatesi. Se si continua a non ascoltare il dissenso interno, quello che resta del Movimento rischia di andare a sbattere.

Quindi l'adesione dei Cinque stelle al governo è stata manovrata dai vertici?
I vertici hanno ignorato il reale umore dei parlamentari, ma anche della base. È vero che c'è stato il voto su Rousseau, un'importante momento di democrazia, ma sappiamo bene che quella piattaforma è aperta a tutti, non solo agli attivisti M5s. Lì dentro ci sono anche persone che ci detestano e scrivono male di noi su Facebook. Se non si è mai voluta fare una verifica è perché era più importante sbandierare un grande numero di iscritti. Dalle tante riunioni che ho fatto, posso dire che se avessero votato solo gli attivisti difficilmente avrebbe vinto il sì.

Lei usa ancora il «noi» quando parla del Movimento 5 stelle, perché evidentemente si sente ancora parte di quel gruppo. Eppure ha ventilato l'ipotesi di fare causa contro la sua espulsione.
Mi riservo di farlo, se i miei avvocati verificheranno che sono stati violati i miei diritti. Ma il mio primo pensiero è quello di continuare a lavorare e a portare avanti gli ideali del Movimento fino al 2018. Dopo quella data, entrando in quel sistema che volevamo cambiare, forse ci siamo fatti prendere la mano e assorbire da esso. Vorrei evitare di finire al gruppo Misto, quindi sto lavorando con altri amici espulsi controvoglia dal M5s per riportare in parlamento il nostro programma. Senza rabbia né rancore.

In questo nuovo potenziale Movimento alternativo può avere un ruolo anche Alessandro Di Battista?
Prima deve capire che cosa vuole fare da grande. Non può essere contemporaneamente fuori e dentro il Movimento, per il sì e per il no.

Ma stavolta ha detto piuttosto chiaramente di non parlare più a nome del M5s.
Certo, ma non ha specificato se si vuole cancellare da Rousseau, se vuole uscire dal Movimento, se vuole costruire un progetto nuovo. Di Battista è un grande comunicatore, e a volte riesce a comunicare anche una non-decisione come se fosse una decisione. Nella nuova forza politica che stiamo creando non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che lavorino e abbiano una visione. Già con il M5s abbiamo puntato sui frontman e questo ci ha portato ad ignorare la politica.