20 maggio 2022
Aggiornato 18:00
L'intervista

Franz: «Quello tra Occidente e Russia è uno scontro di identità e visioni del mondo»

Il saggista e filosofo Emanuele Franz presenta al DiariodelWeb.it il suo ultimo libro «Io nego ancora», in cui mette sotto accusa il modello europeo e occidentale

Il saggista e filosofo Emanuele Franz presenta il suo ultimo libro «Io nego ancora»
Il saggista e filosofo Emanuele Franz presenta il suo ultimo libro «Io nego ancora» Foto: Ufficio Stampa

Gli oltraggi, le minacce e addirittura un tentativo di strangolamento di un facinoroso non hanno fermato il saggista e filosofo Emanuele Franz. Che, anzi, rilancia: dopo «Io nego» torna in libreria con il seguito intitolato «Io nego ancora», pubblicato da Audax editrice. Un altro volume in cui mette sotto accusa non più solamente la gestione dell’emergenza sanitaria del Covid-19, ma il sistema di potere europeo e il modello occidentale nella sua interezza, come spiega ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Emanuele Franz, come è arrivato da «Io nego» a «Io nego ancora»?
Quando scrissi «Io nego» c'erano le quarantene, i lockdown, le norme restrittive, ma non ancora il green pass. Con quello a cui si è assistito nell'anno successivo si è fatto un ulteriore passetto in avanti. Il sottotitolo del nuovo libro, in effetti, mi sembra esplicativo: «Dallo stato di emergenza allo status quo». Ovvero, ciò che dovrebbe essere un'eccezione straordinaria è diventata la regola. Questa è stata la base per una mia ulteriore riflessione.

Quale?
Io accuso l'Europa di essere diventata una sciagura dei popoli, di imporre misure coercitive. Non a caso questo super green pass è stato approvato proprio dall'Unione europea, nell'agosto scorso. Prima lo scenario che dipingevo era quello del cittadino italiano, mentre in questo nuovo lavoro la critica si estende al modello di vita occidentale.

Su quali basi si poggia questa critica?
Il modello occidentale è scientista, materialista, vuole strappare le ritualità e i culti. Uno degli aspetti più importanti colpiti dalle normative è il linguaggio simbolico. Io mi occupo prevalentemente di storia delle religioni e quindi mi è impossibile non notare le irruzioni delle forze dell'ordine nelle chiese, l'abolizione del culto dei morti o della messa di mezzanotte a Natale, che non avvenne neanche durante le guerre mondiali. Aver perso il contatto con questo linguaggio ci rende vuoti. Si riduce l'uomo ad un cumulo di ossa, che deve aver paura.

Come si riflette questa logica nell'attualità?
Nel libro ci sono riflessioni anche sul rapporto tra Est e Ovest. Pensiamo all'omicidio del generale iraniano Soleimani, voluto dall'allora presidenza Trump ed esaltato dall'ex ministro degli Interni Salvini. Le bombe della democrazia americana sono giustificate, mentre quelle di Putin, oggi, sono da abolire. C'è una violenza giusta e una sbagliata. Questi scenari internazionali non sono disgiunti dalla gestione dell'emergenza sanitaria.

Vede uno stesso disegno tra la pandemia e la guerra in Ucraina?
La parola disegno usiamola con riserva. Di sicuro fanno parte dello stesso andamento. Si tratta di uno scontro tra civiltà, tra visioni del mondo. Questo fatto lo percepisco con chiarezza adesso che, da alcune settimane, mi trovo in Serbia, dove hanno tradotto e pubblicato buona parte del libro.

Che aria si respira da quelle parti?
Questo Paese è molto legato alla Russia, anche per la presenza della Chiesa ortodossa, distantissima da quella cattolica. È noto che il Patriarca russo ha benedetto la guerra di Putin, perché permette di porre una barriera alla decadenza dei valori occidentali. All'Est sopravvive un'identità di popoli con tradizioni e culti che ne costituiscono la forza. Può avere interesse ad eliminarlo chi ne ha uno svantaggio, soprattutto economico: cioè il mercato. Avere molte identità significa avere molti bisogni diversi, quindi non poter uniformare o massificare un prodotto.

Putin si fa portatore di questa visione del mondo contrapposta a quella occidentale?
Premesso che in guerra non ci sono buoni, nella versione in serbo del libro c'è una parte in cui analizzo il discorso di Putin all'entrata in guerra, il 24 febbraio. Lui parla di identità millenarie tra i popoli russo e ucraino, di spazio spirituale, quasi di una metafisica del territorio. Parole che uno statista occidentale non utilizzerebbe mai, perché è scomparso il livello sovrasensibile dell'uomo. Sembra riecheggiare i discorsi del filosofo Evola sulla terza dimensione della storia.

E l'Unione europea, in questo scontro, che ruolo sta giocando?
L'Europa si autodichiara padrona e unica rappresentante della libertà. Quando impone un pass per viaggiare o per partecipare ad un evento. Adesso siamo tutti esaltati perché ci dicono che verrà tolto, ma non è vero: ad esempio, per andare a trovare un parente in ospedale servirà ancora. L'Europa ha perso la sua identità, è diventata un simulacro totalmente svuotato, è arrivata al tramonto.

E che cosa succederà dopo?
La palla di vetro non ce l'ho, ma sono una persona ottimista. La storia ha superato momenti sicuramente più drammatici di questo. E sono i momenti di crisi, come i totalitarismi, che hanno sempre forgiato i cervelli, le grandi personalità. Bisogna prendere questa incertezza e sofferenza come una palestra, come un momento fecondo. Se ci accorgiamo che c'è sporcizia è perché c'è una luce alle spalle che ce lo mostra. Da quella parte dobbiamo volgerci. E come il sole, che sorge da est e tramonta ad ovest, io confido simbolicamente in un arrivo da est di nuovi apporti culturali, di valori, di tradizioni.