20 agosto 2019
Aggiornato 14:33

Damiano: «Quota 100? L'ho inventata io con Prodi, non lasciamola a Salvini»

Il candidato alla segreteria del Partito democratico ai microfoni del DiariodelWeb.it: «Il governo Renzi non ascoltava i poveri, Conte sì»

Cesare Damiano, da dove è nata la sua idea di candidarsi alla segreteria del Pd?
Da un programma di sinistra, che ho scritto con i miei collaboratori. Perché io credo e parto dai contenuti. Per sostenerlo è nata la mia candidatura: perché vorrei che queste idee di sinistra avessero ancora spazio in un Partito democratico da rifondare.

La candidatura di Zingaretti non era abbastanza di sinistra?
È una candidatura autorevole, come ce ne sono altre. Ma ho pensato che fosse necessario rappresentare a tutto tondo un'impostazione. Credo di essere l'unico candidato che ha scritto un programma, e il mio propone una discontinuità: non solo a parole, ma nei contenuti e nel metodo di direzione. Parliamo chiaro: Renzi ha comandato, più che governare. Penso che si debba passare dall'idea del leader a quella della squadra.

Vuole voltare pagina in maniera netta?
Assolutamente sì, senza ambiguità. Un conto è la discontinuità programmatica e di metodo, un altro il cambio di maggioranza. Molti possono dire che prima stavano con Renzi e ora non più: ma questa non è discontinuità.

È trasformismo.
Non so cosa sia. Sicuramente la discontinuità è anche accettare una critica severa agli errori compiuti. Di fronte ad una debacle come quella del 4 marzo, che ha portato quasi ad un cambio di regime più che di governo, con un Pd che ha perso la metà dei voti rispetto a dieci anni prima, non si può archiviare la pratica. Bisogna discuterne e capire dove abbiamo sbagliato.

Ecco, dove ha sbagliato il Partito democratico?
Non rappresentando a sufficienza il nostro popolo di sinistra. Ma io sono abituato a non semplificare le cose: l'analisi è complessa e bisogna risalire a molti decenni fa, all'inizio degli anni '70. Cioè quando il liberismo, il dio mercato, ha vinto sulle nostre idee. La sinistra, per bene che sia andata, ha limitato i danni, ma non ha mai presentato un programma alternativo. Forse è stata subalterna, quasi ipotizzata dalla concorrenza e al libero mercato.

Sembra di sentire quello che dicono i suoi ex compagni di strada di Liberi e uguali, che però anche loro non hanno avuto molta fortuna elettorale.
Non c'è dubbio. Al Pd è andata male, ma anche a chi è uscito: nessuno ha la verità in tasca. Ma io combatto gli estremismi, sia di destra che di sinistra. Sono per un riformismo radicale, nel quale occorre cambiare strada. Questa forma di capitalismo è malata: non dobbiamo temere di dirci socialisti e di sinistra. Nell'America di Trump, alle elezioni di mid term, quei giovani, quei neri, quei gialli, quei latinoamericani, quelle donne, hanno vinto proprio grazie a queste parole d'ordine. Credo che abbiamo archiviato troppo sbrigativamente tante buone idee di sinistra riformista, abbracciando quelle degli altri. Faccio un esempio: con il nostro governo abbiamo tolto l'Imu sulla prima casa a tutti. Forse ai più ricchi andava mantenuta.

In un periodo in cui in Europa, ma in tutto il mondo, sembra affermarsi la destra, lei non ha paura di affermare un'idea fuori moda?
In questo periodo può essere fuori moda, ma nel lungo periodo tornerà. Forse passeranno generazioni, ma negli ultimi quarant'anni la sinistra non ha capito due questioni fondamentali. La prima: la distribuzione della ricchezza. Gli studi internazionali spiegano che è migrata dal basso verso l'alto: come l'acqua del mare quando evapora e gonfia le nuvole, ma poi non è piovuto sulla classe media, che nell'Occidente si è impoverita. C'è un problema di squilibrio in una globalizzazione senza regole. Seconda questione: l'ascensore sociale si è bloccato. Oggi un bambino italiano che nasce nella classe povera può migliorare la sua condizione in cinque generazioni, noi avevamo la speranza di farcela con una vita di lavoro. Si chiama «pavimento colloso», dicono gli studiosi: nasci povero, resti povero; nasci ricco, resti ricco.

Appunto, a queste questioni i governi del Pd si sono dimostrati particolarmente disattenti, salvo poi scoprirle solo fuori tempo massimo, ad esempio con il reddito d'inclusione.
Esatto.

Iniziative comunque assolutamente insufficienti. Il governo M5s-Lega, al contrario, programmaticamente propone il reddito di cittadinanza e il superamento della legge Fornero. C'è qualcosa di positivo, almeno nelle intenzioni?
Quando in politica si lascia un vuoto, come ha fatto la sinistra smettendo di fare la sinistra, questo viene riempito dagli altri: la destra, i sovranisti, i populisti. Il nostro popolo non si sente più tutelato, protetto, intercettato; non sente più un dialogo, una vicinanza, una comunanza con i suoi rappresentanti. E si rifugia nelle mani di quelli che promettono mari e monti, anche forzando la mano. Naturalmente è un'illusione, ce ne stiamo accorgendo: non si può promettere la decrescita felice, le persone vogliono lo sviluppo. La legge di bilancio è malata, perché i suoi fondamentali non stanno in piedi. Lo sviluppo promesso dell'1,5% non ci sarà, visto che nel terzo trimestre l'Istat parla di rallentamento e stagnazione dell'economia, quindi non ci saranno tutte le risorse promesse. La quota 100, se riguarderà oltre 400 mila lavoratori, costerà 13 miliardi, e ne sono stati stanziati meno di 7. Il tetto del 2,4% verrà sfondato, i soldi stanziati non basteranno, e ci sarà una delusione. Il nostro compito è quello di essere riformisti radicali: quota 100 è un'invenzione mia e di Prodi, non possiamo lasciarla nelle mani di Salvini. Ma non con la formula adottata dall'attuale governo, ma con l'attuazione del criterio sacrosanto di maggiore flessibilità che superi la legge Fornero. E il jobs act? È diventato un totem sacro, ma è stato annientato dalla Corte costituzionale. Non si può legare il risarcimento di un licenziamento illegittimo all'età di una persona: se è grave e ingiustificato, la persona deve rientrare sul suo posto di lavoro.

Da quello che dice sembra che i governi di Renzi e Gentiloni abbiano sbagliato completamente strada, mentre quello attuale avrebbe intenzioni positive e poi non riesce a realizzarle nella pratica. Vuol dire che, pur non riuscendo a trovare le soluzioni, almeno Di Maio oggi ascolta quei poveri dimenticati dal Pd?
Il Pd di Renzi ha fatto cose molto positive sui diritti civili, non sui diritti sociali. Ho parlato del jobs act, potrei aggiungere l'eliminazione dell'Imu sulla prima casa, o l'elevazione del tetto del contante. Gentiloni è stato un po' tiepido: mi dice che a Roma lo chiamano «er moviola». Non è nella sua natura essere radicale, mentre i sovranisti e i populisti lo sono di natura. Ma l'estremismo non serve, perché non dà delle risposte giuste, può solo fare promesse. Sicuramente, dal punto di vista del rapporto con i cittadini, dimostrano di prestare più attenzione a chi sta in fondo alla classifica. Il Partito democratico, come dimostra il voto amministrativo, in cui abbiamo raccolto consensi nei centri storici abitati dai ricchi, è stato quello della borghesia vincente, piuttosto che del ceto medio perdente.