18 dicembre 2018
Aggiornato 19:30

Il Pd tende una trappola al governo: vuole sfiduciare due pezzi grossi

Sono pronte due mozioni di sfiducia individuali del Partito democratico ai leghisti Siri e Borghi: una mossa sporca per mettere in difficoltà la maggioranza

Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e il deputato della Lega, Claudio Borghi
Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e il deputato della Lega, Claudio Borghi (Ettore Ferrari | ANSA)

ROMA – Il Partito democratico ha un solo obiettivo: quello di rovesciare il governo Conte. Ma, non riuscendo a strappare a Lega e Movimento 5 stelle il consenso degli elettori (stando ai sondaggi che continuano a confermare l'elevatissimo gradimento di Salvini e Di Maio), prova a riuscirci tendendo alla maggioranza delle trappole in aula. Una mossa politicamente furba, ma anche dalla correttezza discutibile.

Doppia mozione
Sono due, in particolare, i deputati messi nel mirino dai piddini, entrambi esponenti del Carroccio: il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e il presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi. Nei loro confronti, rivela il Fatto quotidiano, sono già pronte due mozioni di sfiducia individuali che, nei prossimi giorni, potrebbero arrivare sui banchi del parlamento. Con il chiaro intento di stanare i Cinque stelle, che a quel punto si ritroverebbero di fronte ad un bivio: difendere a spada tratta i loro alleati di governo, ma dovendo assumere una posizione imbarazzante, oppure scaricare due alti dirigenti leghisti. Siri, in particolare, è accusato di aver patteggiato un anno e otto mesi di pena per la bancarotta fraudolenta della sua società Mediaitalia, e pazienza se il caso risale ormai a quasi quattro anni fa. L'attacco nei confronti di Borghi, invece, è ancora più fantasioso: per via di un'intervista che ha rilasciato al Foglio, infatti, viene incolpato «di acquistare i titoli bancari, sfruttando le dichiarazioni irresponsabili del suo governo che hanno fatto schizzare i rendimenti dei Btp italiani, a spese di tutti i contribuenti sui quali grava il debito pubblico». A sostenere questo incredibile atto di accusa è il vicepresidente della Camera Ettore Rosato, a cui fa eco un collega di partito del Pd, Michele Anzaldi, che invoca addirittura l'intervento di Consob e Antitrust.

Gli attacchi all'esecutivo
Ma c'è un bersaglio ancora più grosso che è allo studio dei dem: nientemeno che il governo nella sua interezza, al quale potrebbe essere contestato l'abuso d'ufficio e il falso in atto pubblico. Colpa, sostiene il centrosinistra, dell'approvazione del Documento di economia e finanza, all'interno del quale non erano presenti i numeri comunicati ai mercati (il famoso 2,4% di deficit per tre anni). Secondo i renziani questo significherebbe una sola cosa: che la prima versione approvata dal Consiglio dei ministri era falsa. E pazienza se la pratica di approvare i provvedimenti «salvo intese», ovvero rinviando ai giorni successivi i dettagli da inserire al loro interno, è comune a tutti i governi, compreso quello che era presieduto da Renzi stesso.