24 febbraio 2019
Aggiornato 06:30
Autostrade

Ci vorrebbe Putin per gli oligarchi italiani. Ma ci possiamo accontentare di una nazionalizzazione più soft

Nazionalizzare? Ridiscutere tutte le concessioni? In ogni caso il governo sta infrangendo un tabù che pareva intoccabile

Il premier Giuseppe Conte con i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini
Il premier Giuseppe Conte con i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini

ROMA - Per l'Italia si aggira uno spettro: è lo spettro della nazionalizzazione. Parola impronunciabile, legata strenuamente ai tempi superati, chiaramente novecentesca, che reca in sé il fardello dello Stato e dello statalismo. Il capitalismo di stato, la terza via, perfino il socialismo reale e il fascismo: il governo viene accusato delle peggiori nequizie perché osa parlare di "nazionalizzare" le autostrade italiane. In questi sgangherati giorni di isteria collettiva, allo spettro della «nazionalizzazione» della rete autostradale viene contrapposta dai maggiori mezzi di comunicazione – tutti piegati sulle posizioni ultra caute di Atlantia che, pensa un po', è un ricco inserzionista pubblicitario – il dubbio, eufemismo, che il passo sia più lungo della gamba, che non bastino i soldi, le panali e, perfino – la Cgil nella sula componente Fillea, ad esempio – che possano essere intaccati i livelli occupazionali e gli investimenti. Non è chiaro se questa sia la posizione della Camusso e dell'intera Cgil, ma che una parte di esso abbia le stesse posizioni degli azionisti di Atlantia spiega dove sia finito, in buona compagnia della sinistra post comunista, il sindacato italiano. E soprattutto spiega quale egemonia culturale abbia conquistato l'ideologia del mercato e del neoliberismo ad ogni costo.

Sistema al collasso, neoliberismo al capolinea
Da qualsiasi punto si guardino le concessioni italiane si evidenzia l'insostenibilità del sistema. Lo strumento è volto alla compenetrazione del modello pubblico all'interno di quello privato, giudicato più efficiente. Perfino laddove l'efficienza economica non è un valore finale, come nei monopoli naturali, quelli che le regole minime di civiltà dovrebbero escludere da economie di scala volte a massimizzare i profitti. E' il caso delle risorse naturali, come l'acqua, i combustibili fossili. Ma è l'ampio settore dei servizi - soprattutto nel primo e secondo decennio post bellico - hanno maturato una coscienza extra capitalista: sanità, trasporti, energia, i servizi in generale, in quel periodo venivano massicciamente chiamati fuori dalle logiche di mercato.

L'esempio Torino 
Nel 1907, ben prima delle spinte comuniste provenienti dalla Russia, a Torino si creava l'Azienda Elettrica Municipale, che raggruppava la miriade di piccole centrali idroelettriche, spesso private, sparpagliate sul territorio. Fu un investimento che di fatto diede la possibilità a Torino, e all'Italia, di dare energia alla nascente industria. Investimento strategico, che oggi, dopo un lunghissimo percorso, trova sbocco in Iren, la gigantesca multi utility dai destini, e ancor più, dalla vita politica, tempestosi. Di quella storia, che in Italia si è dipanata per decenni turbolenti passando attraverso il fascismo e lo statalismo post bellico, ci si è dimenticati in fretta negli anni Novanta, gli anni delle privatizzazioni selvagge per «abbattere il debito pubblico ed entrare in Europa».

Tre considerazioni 
Prima considerazione da fare: senza quel debito pubblico, che piaccia o no, oggi l'Italia non avrebbe servizi, trasporti, sanità, scuola, acqua, energia, autostrade. E, paradossalmente, di quegli immensi investimenti fatti dallo Stato Italiano, quindi dalla sua comunità, di cui si stanno pagando ancora i debiti sul mercato internazionale – il famoso spread – godono i privati. Attraverso il meccanismo della concessione. Seconda considerazione: la concessione di un servizio, o di un monopolio, è un atto di politica economica socialista: ne è l'essenza suprema. Lo Stato fa un investimento che il privato non può sopportare finanziariamente, dopodiché la gestione del bene porta a benefici per gli uni e per gli altri. Gli utili vengono redistribuiti, attraverso la tassazione primariamente, tra l'impresa, i lavoratori e lo Stato. Ma, come sempre, i termini degli accordi possono sconvolgere questo equilibrio. E questo, da quanto si può evincere dalle indiscrezioni inerenti i contratti che sono posti sotto segreto, è quanto accaduto sul servizio autostradale italiano. La concessione quindi non è una privatizzazione all'americana, o all'inglese: dura e pura. E' una via di mezzo che, per funzionare, necessità di un severo controllo terzo. Componente che manca sempre o quasi sempre, dato che controllori e controllati spesso coincidono. Terza considerazione: la concessione è lo stadio antecedente del project financing, mostro finanziario industriale inventato per sopperire alla strutturale carenza di risorse da parte dello Stato. Oggi ospedali, scuole, comuni, opere pubbliche in generale – soprattutto grandi opere - vengono costruite con un processo inverso rispetto la concessione: il privato costruisce e poi affitta allo Stato. Il quale, al termine di un ultra decennale periodo di affitto, diviene proprietario del bene. Questo ovviamente in linea teorica. Il project financing è di fatto un buco nero che ingoia, tra opere pubbliche inutili e canoni di affitto fuori scala, le finanze dello Stato all'interno di un buco nero.

La giusta strada del governo
La mossa del governo, che potrebbe effettivamente costare molto cara in termini economici – ma la responsabilità sociale di questa condizione graverebbe in ogni caso non già sull'asse Salvini-Di Maio bensì su chi ha sottoscritto eventuali accordi capestro, insuperabili perfino nel caso di una sciagura come quella del ponte Morandi – apre finalmente un dibattito serio su cosa sono le privatizzazioni dei servizi in Italia. E nel mondo. Anche ne caso in cui il governo dovesse ritracciare, abbiamo la possibilità di comprendere i meccanismi profondi dell'ideologia neoliberale che ha divorato lo Stato e ampie porzioni di civiltà. Nazionalizzazione che, in sé, reca il principio democratico che la liberalizzazione – falsa – dell'economia ha ridotto al lumicino.

Modello Russia? Bene, ma no grazie
Quando il sovietismo crollò, ventisette anni fa, la Russia fu travolta da anni di anarchismo. Pochi predoni saccheggiarono i beni pubblici accumulati, con il sangue e non solo con il sudore, da generazioni di russi. Fu la cosiddetta terapia shock voluta dai Chicago Boys atterrati a Mosca per insegnare all'homo sovieticus come andava il mondo. E il mondo andava così: lo Stato in dissoluzione, attraverso i suoi rappresentanti politici, concedeva per pochi soldi e per decenni gli enormi agglomerati industriali statali. Lo faceva a suon di corruzione, violenza, compiacenza e decadenza morale. Forse questa storia, in termini più sobri ovviamente, l'abbiamo già sentita? Il saccheggio, che coincise con un lungo decennio di miseria, terminò brutalmente quando giunse al potere l'attuale presidente Vladimir Putin. Gli oligarchi, termine che curiosamente viene affibbiato solo ai russi zoticoni e mai agli italiani che hanno allungato le unghie su beni pubblici in maniera solo un po' più raffinata, vennero regolati nella maniera inelegante che si riconosce a un ex colonnello del Kgb. Ma, da quei giorni dei primi anni Duemila, la società russa ha rimesso, parzialmente, a frutto i suoi monopoli naturali per la collettività. Oggi gli oligarchi, che esistono e possono continuare a fare soldi e a vivere come dei cafoni comprando squadre di calcio, sono di fatto dei prestanome dello Stato russo. Guadagnano per questo, e non per altro. Si pensi a Gazprom, strappata da Putin ai predoni, che oggi di fatto sostiene l'economia russa grazie a petrolio e gas.

Vinceranno, probabilmente, quelli che non vogliono nazionalizzare Autostrade
Lo stesso modello, forse ancor più aggressivo, è portato avanti in Cina, dove lo Stato attraverso gli uomini del partito comunista cinese controlla ogni singola azienda operante nei settori strategici dei servizi e dei monopoli naturali. Ovviamente la via russa non può essere seguita in Italia, anche perché in fondo gli oligarchi di là non si possono paragonare agli oligarchi nostrani. Vinceranno coloro che non vogliono la nazionalizzazione di Autostrade, molto probabilmente. La sanzione, il giusto castigo a un sistema che ha esagerato nella speculazione, rimarrà a metà. Troppo servilismo nei mezzi di comunicazione: è questo un ostacolo insormontabile. Ma, anche qualora si andasse verso una ridiscussione degli accordi che fanno capo alle concessioni – si pensi allo scandaloso sistema delle spiagge da cui lo Stato trae solo pochi spiccioli - sarà un ottimo risultato. Che non poteva essere minimamente raggiunto qualora al governo vi fossero stati il Partito Democratico e i suoi accoliti, che ancora in questi giorni si battono per incassare da Atlantia un po' di soldi senza la volontà di scardinare un modello che necessita invece di una profonda rivisitazione.