14 novembre 2018
Aggiornato 17:00

Trattativa Stato-mafia: condannati Mori, Dell'Utri e Ciancimino. Assolto Mancino

Dopo 5 anni arriva la sentenza per il processo sulla trattativa Stato-mafia: condannati Mori, Dell'Utri, De Donno, assolto Mancino. 28 anni al boss Bagarella
Marcello Dell'Utri
Marcello Dell'Utri (ANSA)

PALERMO - Colpevoli. A conclusione di un processo durato 5 anni, la Corte d'Assise di Palermo, chiamata a decidere sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ha condannato a pene comprese tra 8 e 28 anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l'ex senatore Dell'Utri, Massimo Ciancimino e i boss Bagarella e Cinà. Assolto dall'accusa di falsa testimonianza l'ex presidente del Senato Nicola Mancino.

Per Mario Mori e Antonio Subranni la corte, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, ha stabilito una condanna a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Stessa pena è stata comminata all'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Sono 28 gli anni di condanna decisi, per minaccia a corpo politico dello Stato, al boss Leoluca Bagarella. Dodici anni sono stati decisi per il boss Antonino Cinà. L'ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno ha avuto 8 anni. La stessa pena decisa per Massimo Ciancimino, accusato in concorso in associazione mafiosa e calunnia dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

«E' una sentenza che lascia sbigottiti. Una sentenza dura che non sta nè in cielo nè in terra. Lo dico non come cittadino o avvocato, ma perchè ci sono quattro sentenze che hanno escluso trattative di sorta. Che hanno assolto gli imputati. Aspettiamo di leggere le motivazioni. C'è comunque un barlume di contentezza. Perchè so che la verità è dalla nostra parte. Sono contento perchè è un giorno di speranza, possiamo sperare che dopo 5 anni, in appello vi sarà finalmente un giudizio. Qusto è stato un pre-giudizio. Non sono stati ammessi 200 documenti alla difesa e 20 testimoni», ha detto l'avvocato Basilio Milio, legale degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni.

Iniziato il 27 maggio 2013, in questi 5 anni sono state celebrate oltre 200 udienze, ed ascoltati centinaia i testi. Sul banco degli imputati, dopo la morte di Totò Riina lo scorso 17 novembre, erano rimasti i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà; quindi gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno; Massimo Ciancimino, l'ex senatore di FI Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Nicola Mancino che deve rispondere di falsa testimonianza. Per Ciancimino, invece, l'accusa era di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Tutti gli altri imputati erano accusati di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero dato vita ad un confronto, una trattativa appunto, tra Cosa nostra e parti delle istituzioni. Una strategia atta a porre fine agli attentati e le stragi del biennio 1992-94, e cedere alle richieste da parte della criminalità organizzata.

Per loro i pubblici ministeri Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, hanno chiesto pene che vanno dai 15 anni di reclusione per il generale Mario Mori, ai 12 anni per il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno. Dodici anni anche per l'ex senatore Marcello Dell'Utri; 6 anni per Mancino. Di 16 anni, invece, è stata chiesta per il boss Bagarella; mentre 12 anni per Cinà. Il non doversi procedere è stato chiesto per Giovanni Brusca; condanna a 5 anni per Ciancimino per l'accusa di calunnia e il non doversi procedere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, perché prescritto.

Quella sulla trattativa è stata un'inchiesta che ha spaccato in due l'opinione pubblica. Le indagini dei pm hanno attraversato oltre quattro decenni di storia italiana, in un percorso che in cui il biennio stragista del 1992-94 ha rappresentato uno spartiacque. Un processo che nel 2012 ha sfiorato anche i saloni del Quirinale, quando furono registrate quattro telefonate tra Nicola Mancino e l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che decise di sollevare un conflitto d'attribuzione di poteri davanti alla corte Costituzionale, con la Consulta che ordinò record la distruzione di quelle intercettazioni.

Nel bunker del Pagliarelli non c'era l'ex ministro Calogero Mannino, che ha scelto il rito abbreviato, venendo assolto. L'accusa è di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato: una fattispecie che gli imputati avrebbero commesso intimidendo il governo per ottenere l'ammorbidimento della lotta a Cosa nostra in cambio della fine delle stragi nonchè la cancellazione della condanna a morte emessa da Cosa nostra nei confrotni di alcuni politici.