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Direzione Pd, il giorno della verità: per il dopo Renzi niente primarie?

Sarà una strana direzione del Pd quella di oggi, con al centro le dimissioni del segretario Matteo Renzi, che però, salvo sorprese, non ci sarà

Il segretario uscente del Pd Matteo Renzi
Il segretario uscente del Pd Matteo Renzi (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

ROMA - Sarà una strana direzione del Pd quella di oggi, con al centro le dimissioni del segretario Matteo Renzi, che però (salvo sorprese dell'ultima ora) non ci sarà. "Tornerò all'assemblea, e lì spiegherò le mie ragioni", ha detto a chi ci ha parlato in questi giorni. Dunque cosa succederà nella seduta di oggi pomeriggio al Nazareno? In apertura il presidente Matteo Orfini leggerà la lettera di dimissioni che ha detto di aver ricevuto già il 5 marzo. "È una lettera molto semplice, dove si prende atto del risultato e si rassegnano le dimissioni", ha spiegato. Poi Maurizio Martina, vice segretario, terrà la sua relazione, su cui ci sarà il dibattito. E si vedrà se le correnti andranno all'attacco o rimanderanno l'offensiva finale contro il segretario dimissionario e i suoi. Quindi lo stesso Martina dovrebbe essere incaricato (affiancato da un organo "collegiale") di condurre il partito prima dell'assemblea, che si terrà prima del 5 aprile, come assicurato dal presidente del partito Matteo Orfini. Quello sarà l'appuntamento cruciale per capire se il Pd supererà o meno il renzismo.

Primarie? Meglio la nomina di un segretario-reggente
L'orientamento attuale è quello di non celebrare un vero e proprio congresso con le primarie, ma di nominare un segretario-reggente, come fu per Guglielmo Epifani, che restò in carica un anno dopo le dimissioni di Pierluigi Bersani. "Personalmente - ha spiegato Orfini - non penso che convocare le primarie tra tre mesi sarebbe la soluzione migliore perché torneremmo a discutere di nomi e non delle ragioni della sconfitta".

I papabili
Candidati ufficiali al momento non ce ne sono, ma quelli accreditati di una possibilità sono già molti. Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti potrebbe raccogliere un vasto consenso, ma non subito (vista la recente rielezione), piuttosto quando saranno convocate le primarie, tra almeno un anno. Un punto di convergenza potrebbe essere rappresentato dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, un "diversamente-renziano", cattolico, già sindaco, che potrebbe mettere d'accordo varie componenti. Tra i nomi che circolano ci sono poi quelli dello stesso Martina, di Michele Emiliano (che ha ottenuto il 10% alle scorse primarie), di Carlo Calenda, anche se il diretto interessato nega ma chiede di "riattivare le iscrizioni e renderle più semplici".

Pronto il ribaltone
Ma la corsa alla segreteria, per quanto già partita in modo sotterraneo, si giocherà a cominciare da martedì e comunque dovrà partire dai numeri. L'assemblea è a maggioranza renziana, e se i sostenitori dell'ex premier si dicono certi di poterla conservare, gli avversari sono al lavoro per il "ribaltone». Ma certo non sarebbe facile eleggere un segretario reggente "contro" Renzi, che pur avendo fatto un passo indietro non intende farsi processare e condannare come unico responsabile della sconfitta. Per questo, anche lontano da Roma, è in stretto contatto con i suoi fedelissimi, che oggi hanno però smentito la notizia di un 'summit di renziani'. E' "totalmente falsa", hanno scritto in una nota congiunta la sottosegretaria Maria Elena Boschi, il ministro Luca Lotti e il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi.

Emiliano vs Orfini su alleanza con M5s
Intanto nel Pd prosegue il dibattito interno su una eventuale alleanza di governo. Per Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, il Pd deve dare un "appoggio esterno" a un governo del M5s: "Non ha i numeri, gli si daranno i voti per farli governare e si condivideranno quei punti che sarà possibile condividere». Prospettiva che viene nuovamente respinta da Matteo Orfini. Per il presidente Dem un'alleanza con il M5s è "contro natura" e "qualora dovessimo sostenere un governo con il Movimento 5 Stelle sarebbe la fine del Pd». Invece le presidenze di Camera e Senato ad esponenti di Lega e Movimento 5 Stelle sarebbe un fatto "legittimo: hanno vinto le elezioni; penso che sarà la base per costruire un governo insieme». "Il Pd non voterà mai per un esecutivo Di Maio", è la netta chiusura del senatore renziano Andrea Marcucci.