19 settembre 2018
Aggiornato 07:01

Parte la «grande trattativa» M5s-Lega-Pd-Fi sul modello Germanicum

Pacchetto istituzionale Presidenze-Commissioni-Riforme. In parallelo def bipartisan Gentiloni. Se funziona Di Maio prova Governo
Il candidato premier del M5s, Luigi Di Maio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Il candidato premier del M5s, Luigi Di Maio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (ANSA / ETTORE FERRARI)

ROMA - Conto alla rovescia per l'avvio della 'grande trattativa' del tutti con tutti che dalla prossima settimana vedrà impegnati in primis Movimento Cinque Stelle e Lega - vincitori delle elezioni 2018 - nel ruolo di registi per tentare le convergenze sulle presidenze della Camere. In parallelo il premier Pd Paolo Gentiloni è già impegnato con il suo governo nella messa a punto di un def bipartisan che sia in grado di illustrare alla Ue entro il 10 aprile gli obbiettivi programmatici di politica economica dell'Italia nel prossimo triennio. Interlocutori delle doppie consultazioni della 'grande trattiva' tutti gli altri gruppi parlamentari: il Pd e Forza Italia in primis, Fdi e LeU non esclusi. L'ultimo tassello fondamentale ancora mancante allo start della 'grande trattativa' è il nome del rappresentante titolato a presiedere la delegazione Pd.

Reggenza Pd a Martina?
Lunedì la direzione dem volterà pagina chiudendo l'era Renzi per affidare la reggenza al suo vice Maurizio Martina. E nominando al contempo una delegazione di plenipotenziari su cui renziani e minoranze non hanno ancora trovato l'accordo. Quanto alle altre delegazioni, Salvini ha annunciato che sulle presidenze delle Camere tratterà in prima persona chiamando direttamente dalla prossima settimana ' tutti gli altri leader': Di Maio, Berlusconi, Grasso e, questo punto, per i Dem Martina. Mentre Di Maio - che intende stare un passo indietro nella prima parte della trattativa per farne uno (o forse anche due) al momento finale - si è portato avanti. Ha fatto proclamare allo squadrone di quasi 350 parlamentari M5s Danilo Toninelli e Giulia Grillo loro rappresentanti, ancor prima che i novelli deputati e senatori prendessero possesso dei loro seggi e dei loro uffici. Mercoledì Berlusconi farà altrettanto, stabilendo con i neoeletti Fi, la sua delegazione a trattare.

Consultazioni per il governo dal 9 aprile
Dopodichè la girandola delle consultazioni in parallelo e su più tavoli su presidenze Camere (termine ultimo il 23 marzo) e Def (termine ultimo il 10 aprile) avranno inizio. Consentendo a Sergio Mattarella quando aprirà le consultazioni per il nuovo governo (la data segnata in rosso è lunedì 9 aprile, con possibile anticipo qualche giorno dopo Pasqua) di avere sul tavolo insieme ai numeri delle elezioni e dei gruppi parlamentari anche quelli delle maggioranza che avranno eletto dal 23 marzo in poi (al Senato massimo al quarto scrutinio, dunque sabato 24 o domenica 25 al massimo) le presidenze delle Camere. Uniti al dossier conclusivo sulle possibili intese che nel frattempo si saranno definite e/o abbozzate nella prima parte della 'grande trattativa'.

M5s e Lega chiedono discontinuità sul Def
Sul fronte Def è presto detto: M5s e Lega hanno detto chiaramente che intendono chiedere e ottenere da Gentiloni un netto segnale di discontinuità in materia fiscale e di rapporti con i controlli Ue promessi ai loro elettori in campagna elettorale. A palazzo Chigi però sono tutt'altro che pessimisti sulla possibilità di trovare la quadra. E Berlusconi si è già offerto come mediatore/garante. Il risultato che il premier - il quale dall'insediamento del nuovo Parlamento sarà dimissionario in carica per l'ordinaria amministrazione e non più con pieni poteri come oggi- conseguirà sul def, molto dirà della successiva partita sul programma del nuovo governo che si aprirà ad Aprile al Quirinale.

Germanicum per la riforma elettorale?
La base di partenza per cercare una traccia di intesa M5s-Lega-Pd-Fi per una nuova (e rapida, come chiede soprattutto Salvini) legge elettorale potrebbe essere, viene fatto notare, quel sistema elettorale alla tedesca con premio ribattezzato 'Germanicum' su cui Berlusconi, Renzi, Grillo e Salvini avevano trovato accordo la scorsa estate, portando la 'legge Fiano' (dal nome del relatore Pd che propose il sistema alla tedesca 50 proporzionale-50 maggioritario con soglia 5% e premio) fino all'approvazione in commissione a Montecitorio nel Giugno di un anno fa. Con successivo naufragio in aula dopo un solo mese, per effetto del plotone di franchi tiratori che impedirono così una fine di legislatura anticipata di quel poco che però avrebbe determinato la non maturazione dei vitalizi.

Presidenza delle Camere e altro
Più immediata, di minore durata ma di massima delicatezza e incertezza è l'avvio della partita al 'tavolo istituzionale' che vedrà dalla prossima settimane le forze politiche direttamente a confronto fra loro. Lo schema di gioco che si sta preparando in queste prime ore di contatti diretti fra lo studio di Di Maio a palazzo Montecitorio, via Bellerio, Nazareno e Arcore, secondo quanto ha appreso Askanews, è complessivo a 360 gradi. Non solo presidenze Camere. Ma anche ricerca di accordi su presidenze Commissioni bicamerali di controllo e ordinarie. E su possibili riforme da realizzare insieme. Quanto meno quella elettorale. Si sarebbe infatti ritenuto opportuno mettere la revisione del Rosatellum nel pacchetto degli accordi istituzionali da fare comunque in Parlamento, al pari delle presidenze delle Camere e delle Commissioni. Sottraeando la riforma elettorale da ogni competenza e interferenza del Governo (..e sulla sua formazione...)fin dall'inizio della legislatura, in netta discontinuità con la genesi del Rosatellum.

La novità? Il metodo per eleggere i presidenti delle Camere
Quanto al capitolo presidenze Camere, la prima grande novità su cui si starebbe riflettendo per far iniziare la 18esima legislatura sarebbe di metodo. Prevedere cioè un accordo complessivo unico fra tutti i gruppi parlamentari su nomi e appartenenza politica sia dei Presidenti di aula sia dei successivi nominati presidenti di commissioni, permanenti comprese. Si proverebbe cioè a rompere il tabù che impedì all'inizio della scorsa legislatura di far partire il lavoro del Parlamento per lungo tempo dopo l'elezione di Grasso e Boldrini, in attesa di sapere al termine della lunga crisi di Governo che portò far nascere il Governo chi fosse la maggioranza e chi l'opposizione per assegnare alla prima la presidenze delle commissioni permanenti e alla seconda quelle di controllo. Fare tabula rasa e decidere insieme da subito tutte le presidenze sarebbe un desiderio soprattutto di M5s e Lega, desiderose di marcare la differenza con il passato. Al loro arco una freccia di precedente targata, paradossalmente, Pd-Fi. Quando infatti Forza Italia uscì nella scorsa legislatura dalla maggioranza di Letta per la decadenza di Berlusconi dal Senato votata dal Pd con gli M5s, i presidenti delle commissioni permanente targate Fi che non passarono con Alfano restarono al loro posto pur essendo passati all'opposizione. Il compianto Altero Matteoli, ad esempio, è rimasto presidente Fi della commissione Lavori Pubblici del Senato per l'intera legislatura. E lo stesso dicasi, ad esempio ancora più calzante perchè legato ad un accordo sulle riforme, alla Camera dove Francesco Paolo Sisto di Fi si dimise dalla presidenza della commissione Affari Costituzionali solo nel 2015, quando Forza Italia si sfilò dall'accordo sulla riforma costituzionale Boschi dopo averla per sostenuta con il Pd per tutto il 2014, nonostante nel frattempo passata all'opposizione del governo.

L'ipotesi Di Maio e Calderoli
Dulcis in fundo i nomi dei candidati alle presidenze del Parlamento, la definizione dei quali potrebbe diventare preliminare se prenderà piede la 'grande trattativa' comprensiva anche delle presidenze di commissione. Luigi Di Maio era al Colle da Sergio Mattarella come vicepresidente della Camera in carica. E il suo studio a Montecitorio è e resta il suo quartier generale dove da oggi sarà raggiunto dal capo della Comunicazione M5s Rocco Casalino e dal suo staff targato Casaleggio associati, fino a ieri di stanza al Senato. Conferme ufficiali non ne sono arrivate ma fonti ben informate al piano alto di Montecitorio raccontano che Di Maio stesso viene considerato dai quattro maggiori gruppi parlamentare il nome più forte e adatto su cui puntare se la 'grande trattativa' andasse a buon fine. In ticket con un presidente del Senato leghista, con Roberto Calderoli che ha curriculum e apprezzamento bipartisan per la sua gestione dell'aula e del calendari. Sarebbe un riconoscimento esplicito della vittoria elettorale di M5s e Lega e del loro definitivo sdoganamento dall'etichetta di forze anti sistema. Di Maio presidente della Camera con voto bipartisan, inoltre, viene fatto notare in ambienti del Carroccio, avrebbe un place in più agli occhi del Quirinale per ottenere il primo incarico: un mandato esplorativo al presidente della Camera (anzichè al presidente del Senato come abitualmente è accaduto) trova in Nilde Iotti nel settennato Cossiga un altro - il terzo- autorevole precedente.

Di Maio da presidente della Camera a premier?
Se davvero la 'grande trattativa' avesse un esito finale positivo Di Maio avrebbe una parte di lavoro già abbozzata nel suo ruolo di incaricato. La traccia del Def bipartisan messa a punto da Gentiloni. Se fosse accolta come base di un programma di governo minimale M5s avrebbe la possibilità di onorare il suo impegno con gli elettori. Choedere a tutti il voto necesario per far partire il suo governo. Basato sulla astensione degli altri gruppi sulla fiducia e su maggioranze variabili sui singoli provvedimenti ma comune sulla legge di bilancio del primo anno. Perchè è quello l'orizzonte massimo che Salvini ha fatto sapere poter essere la durata della temuta della eventuale 'grande intesa' al termine della grande trattativa. Volendo tornare a votare appena possibile con una nuova legge più maggioritaria alla testa di un centrodestra più omogeneizzato. Ma un anno è quanto serve al Pd e a Berlusconi l'uno per ridarsi un assetto e una identità e una leadership stabili, l'altro per essere ricandidabile e in campo. Con una variabile azzardata a mezza bocca se Di Maio da presidente della Camera incaricato diventasse poi presidente del Consiglio a tutti gli effetti tornerebbe a liberare la poltronissima di Montecitorio che a quel punto, per ordine di grandezza spetterebbe al Pd. Spingendosi qualcuno già a ipotizzare la staffetta Di Maio-Gentiloni fra i due palazzi limitrofi di Montecitorio e palazzo Chigi. Di contro, se il suo tentativo fallisse, Di Maio resterebbe comunque insieme al leghista Calderoli al vertice del Parlamento e protagonista della legislatura. Magari a quel punto di breve durata finalizzata solo a cambiare il Rosatellum. E con Paolo Gentiloni, in mancanza di alternative, al suo attuale posto.