10 dicembre 2018
Aggiornato 13:30

Trattare con M5s? Per i big Pd è più no che sì. E per la leadership occhi su Calenda, Martina, Chiamparino

Là dove fino il 4 marzo c'era il Pd, oggi c'è una voragine. Una voragine piena di dubbi: in primis sulla linea da tenere con M5S
Il segretario Pd Matteo Renzi.
Il segretario Pd Matteo Renzi. (ANSA / ETTORE FERRARI)

ROMA - Là dove fino il 4 marzo c'era il Pd, oggi c'è una voragine. Una voragine piena di dubbi: cosa sarà del partito? Cosa sarà del dopo-Renzi? Ci sarà davvero un dopo-Renzi? Come comportarsi nella formazione del governo? Opposizione o responsabilità? A dire la loro, in tante interviste, note e dichiarazioni, i big del partito. Ma l'aria che si respira è ancora pesante, sa di scontri e regolamenti di conti. Quanto ai rapporti con i Cinque Stelle, la linea che prevale è quella indicata da Renzi stesso nel suo discorso di dimissioni (rimandate): stare all'opposizione, non trattare con i pentastellati. Ne sembra convinto anche Sergio Chiamparino, presidente della regione Piemonte, fino a ieri indicato tra i più possibilisti su un sostegno esterno ai vincitori. «La mia posizione è chiara. I cittadini hanno scelto il Movimento 5Stelle e la Lega. La proposta di governo spetta a loro. Noi siamo all'opposizione perchè lì ci hanno collocato gli elettori. Dopodichè il dialogo è un'altra cosa» ha detto, intervistato da Repubblica. Quanto all'ipotesi di un confronto col M5s, «facciano la proposta». Ma avverte: «Il dialogo non va confuso con il sostegno a soluzioni di governo che ci metterebbero in posizione ancillare». Insomma, «non sono d'accordo con Emiliano». E al Fatto Quotidiano spiega: «Io vedo affinità programmatiche maggiori tra Lega e Cinquestelle, nelle critiche all'Europa, alla società aperta. Sulla base della campagna elettorale, no, non vedo alcuna possibilità di confluenza tra Pd e Cinque Stelle».

Chiamparino? Non mi sto candidando alla segreteria
Quanto al partito, ha detto l'esponente Pd da molti indicato come prossimo papabile successore di Renzi, «sono pronto a dare una mano a tempo determinato», ma «non mi sto candidando a fare il segretario, credo che questa sia una fase molto delicata nella vita del Pd e forse il mio contributo può essere utile». Soprattutto a ricostruire una «immagine di collegialità che si è perduta: ritengo sia indispensabile decidere insieme».

Fassino: tocca a M5S fare le proposte
Pressoché sulla stessa linea, Piero Fassino, che ai microfoni di Radio anch'io su Rai Radio 1: «Bisogna vedere quali saranno le proposte. Cosa vuole fare il M5S? A questo punto la responsabilità non è del Pd. Sta a chi ha vinto dire come intende muoversi. Certo che se si viene da noi e si dice: aboliamo il jobs act, aboliamo la riforma della scuola e la Fornero, usciamo dall'euro... e allora noi cosa si aspetta che faremo? I bisogni sono condivisi da tutti, le proposte non sono le stesse. Ora ci sono le consultazioni». Fassino resta però possibilista: "Il presidente della Repubblica deciderà a chi dare l'incarico e di conseguenza vedremo", ha aggiunto.

Calenda: mai con i 5stelle
Altro big che in questi giorni ha fatto parlare molto di sé, per il suo tesseramento lampo e le polemiche con il segretario, Carlo Calenda. Che però, ha detto, non si propone come «anti-Renzi» : nel Pd «il leader c'è e fa il Presidente del Consiglio». Calenda, insomma, pare essere del "partito Gentiloni", ormai in aperta contrapposizione con Renzi. I retroscena dei giornali parlano infatti di un premier molto deluso e arrabbiato per le accuse di tecnicismo indirettamente ricevute dal segretario nel suo discorso di dimissioni, e anche per il fatto che queste ultime non sono state «ad effetto immediato». Ma sul sostegno a M5s, Calenda sembra d'accordo con Renzi: «Se il Pd si allea con il M5s il mio sarà il tesseramento più breve della storia dei partiti politici». A giudizio di Calenda «serve senz'altro una "presa di coscienza sul futuro del Pd», ma «non una resa dei conti sul passato. Ho sempre parlato chiaro con Renzi ma mi rifiuto di partecipare ora alla rimozione collettiva di un percorso che ha avuto anche tantissimi elementi positivi. Se cercano l'anti-Renzi non sono io». Per il neo-tesserato Dem «si può ripartire solo se lo si fa insieme. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l'arrocco da un lato e il desiderio di resa dei conti dall'altro». Al contrario bisogna «ridefinire il nostro messaggio al paese, riaprire le iscrizioni e tenersi lontano dal M5s». E per l'appunto, «il leader c'è e fa il PDC».

Zanda: Martina sarà il traghettatore
Altra personalità che spicca in questi giorni di buio, il ministro Maurizio Martina, amnche lui decisamente critico nei confronti del segretario, indicato da alcuni come colui che potrà  preparare il congresso che deciderà il nuovo segretario. Tra i suoi sostenitori, Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato. Anche a suo avviso, il Partito democratico «sarà all'opposizione: questa è la volontà indicata dagli elettori e va rispettata». Ma la traduzione del suo pensiero che ne ha fatto Repubblica non deve essergli piaciuta del tutto, tanto che Zanda ha finito per contestare il titolo dell'intervista da lui rilasciata, che recita: "Il ciclo di Renzi è finito, ora il Pd a Martina. Parlare con i grillini».Un titolo che, ha detto, «È lontanissimo dal mio pensiero e non corrisponde in nessun modo al contenuto e al senso politico dell'intervista», dice Zanda. Nell'intervista Zanda spiega: «Matteo Renzi potrebbe seguire l'esempio di Walter Veltroni che, quando si dimise, lasciò subito al suo vice Dario Franceschini il compito di reggere il Pd e traghettarlo verso il congresso» così «Maurizio Martina, il vice segretario, è il reggente in pectore». Perchè "dopo una sconfitta così grave, le dimissioni del segretario sono una conseguenza naturale e sono una cosa seria, quando si danno devono avere una efficacia immediata». A giudizio di Zanda, "la convocazione della direzione in una data certa, lunedì, l'indiscrezione che Renzi non vi parteciperà e che la relazione sarà tenuta dal vice segretario Maurizio Martina sono passi in avanti. In più immagino che il presidente del partito Matteo Orfini leggerà la lettera di dimissioni di Renzi, che spero confermerà una decorrenza immediata. Le dimissioni del segretario sono una decisione importante, che può aiutare veramente il Pd sia a ad analizzare in profondità le ragioni della sconfitta sia a raccogliere le energie nuove per ripartire».

Il punto più basso
Zanda sottolinea che quello toccato dal Pd «è il punto più basso mai raggiunto dal partito. La sconfitta più grave dal 2014. Dopo il 40% alle europee, ci sono state quattro altre sconfitte tra cui l'umiliazione della bocciatura della riforma costituzionale al referendum. Fu un errore non fermarsi a riflettere su come fosse stato possibile dilapidare in così poco tempo un grande consenso politicostrategico per la stabilità dell'Italia». E sull'ipotesi di un'ulteriore spaccatura nel Pd afferma: "Nel mio vocabolario non c'è la parola scissione. Penso che un partito senza unità non sia un partito, ma un partito nel quale la fedeltà conta più della lealtà non è un buon partito".

No a Lega e Cinque Stelle ma... parlare con tutti
Sul ruolo da assumere in questa fase convulsa, per Zanza «una cosa è chiara: gli elettori hanno indicato per il Pd il ruolo di opposizione. La volontà degli elettori va sempre rispettata». Dunque "no" alla Lega che ha "visioni valoriali opposte alle nostre. Solo due esempi su questioni importantissime: le diversità sulle politiche migratorie e dell'Unione europea». E "no" anche al M5s: «Da loro non mi separano solo differenze sulle politiche programmatiche e parlamentari, ma c'è una divergenza di fondo molto seria: io sostengo la democrazia parlamentare rappresentativa, i grillini vogliono la democrazia diretta, la democrazia dei clic e quella di un referendum alla settimana». Certo, «in politica si deve parlare con tutti e, a maggiore ragione, si deve farlo con un partito che ha ricevuto un consenso molto ampio. Ma confrontarsi non annulla le differenze forti».

#senzadime
E intanto, gli elettori del Pd lanciano su Twitter l'hashtag #senzadime, per esprimere - sulla linea delle parole del segretario - la propria contrarietà a un sostegno ai Cinque Stelle. Un hashtag che arriva subito in testa alla Top Trend Italia del social network. L'hashtag è stato lanciato ieri dopo la conferenza stampa del segretario e viene utilizzato nei tweet di utenti che dicono no a una eventuale alleanza di governo del Pd con il Movimento 5 stelle.