19 giugno 2019
Aggiornato 14:30
Centrosinistra

Cuperlo al DiariodelWeb.it: «Perché il fascismo ci preoccupa ancora»

L'esponente del Partito democratico (non ricandidato alle prossime elezioni) ha parlato ai nostri microfoni a margine della manifestazione di sabato a Roma

ROMAOnorevole Gianni Cuperlo, questo weekend è stato caratterizzato dalla vostra manifestazione antifascista: ma è stata campagna elettorale o credete davvero nel pericolo di un ritorno di Mussolini?
Siamo in campagna elettorale, questo è un dato oggettivo. Ma la manifestazione ha visto in piazza associazioni, sindacati, l'Anpi, partiti, forze politiche: è stato un fatto particolare. L'antifascismo unisce, deve unire, perché è scolpito nella Costituzione della Repubblica, è l'identità della nazione, dopo la parentesi più buia della nostra storia recente.

Ma è veramente questa l'emergenza, nell'Italia di oggi in cui c'è il 40% di disoccupazione giovanile?
No, intendiamoci. La priorità, per chi vive a Tor Bella Monaca e non arriva alla fine del mese, è naturalmente quella di mettere insieme il pranzo con la cena e riempire il carrello del supermercato. Ma noi stiamo parlando anche della necessità che la politica, e la sinistra, ha di affrontare esattamente quei problemi e quei bisogni, per evitare che un sentimento di rabbia e di rancore si trasferisca sul terreno sbagliato: quello della violenza, o comunque di un'idea autoritaria che mette in discussione i valori della democrazia. Siamo in Italia e parliamo dell'Italia, certo, ma basta alzare lo sguardo sul resto dell'Europa per capire che non si tratta di fantasie. Martedì è uscito un sondaggio in Germania: Alternativ fur Deutschland, i neonazisti tedeschi, sono quotati al 16%, leggermente sopra ai socialdemocratici dell'Spd. Il premier ungherese Viktor Orban, in un Paese che fa parte dell'Unione europea, teorizza un modello politico che lui battezza come la «democrazia illiberale»: un ossimoro abbastanza osceno. Il fascismo è morto con il ventennio, quella storia è chiusa, i suoi protagonisti non torneranno, ma ci sono valori e risposte che possono penetrare la scorza del disagio e del malessere.

Quindi vi serve un'autocritica? Si sta andando verso destra perché la sinistra non ha saputo dare risposte?
Guardi, noi siamo dei professionisti dell'autocritica...

Renzi non tantissimo...
No, non molto. Ma, a parte le battute, non c'è dubbio che negli ultimi decenni non c'è dubbio che le forze progressiste in Europa abbiano avuto tanti meriti. In Italia, il centrosinistra ha riacciuffato per i capelli una crisi della finanza pubblica che rischiava di portarci ad una deriva argentina: sono meriti che vanno rivendicati. Ma abbiamo anche vissuto una subalternità culturale verso ricette della globalizzazione, vissute e pensate come l'esito inesorabile della Storia: non è così. Abbiamo alle spalle, questa settimana, la vicenda dei lavoratori dell'Embraco. Si ricorda lo slogan che leggevamo sui libri da bambini: «il proletariato non ha nazione»? La profezia si è rovesciata: è il capitale a non avere nazione. E le multinazionali vanno dove ottengono le condizioni fiscali e salariali migliori, in un dumping forsennato che lascia sul marciapiede le persone che hanno bisogno di un lavoro e di uno stipendio a fine mese. Bisogna ripartire da lì, da quei bisogni e da quegli interessi materiali delle persone che citava lei.

Il centrosinistra rischia di arrivare ultimo a queste elezioni.
Non faccia previsioni così infauste...

Lei pensa di no?
Io penso di no.

Lo vedremo: tutti i sondaggi prevedono il contrario.
Incrocio le dita!

Gli auspici sono legittimi, ovviamente. Ma se questa è la situazione, evidentemente l'impressione del popolo è che le risposte dell'ultima legislatura non siano state così soddisfacenti.
Riconosco che alle spalle abbiamo cinque anni difficili, anche perché nel 2013 non è uscito dalle urne un vincitore. Ci sono stati tre governi, guidati tutti da esponenti del Pd, e in quell'esperienza, come ho sempre detto, ho visto delle luci importanti. Abbiamo varato delle leggi che questo Paese attendeva da decenni: sul versante della qualità della democrazia e della cittadinanza, come il «dopo di noi», le unioni civili, il biotestamento, ma anche dell'economia. Abbiamo introdotto per la prima volta un istituto universalistico di contrasto alla povertà che storicamente non esisteva, nel nostro Paese: eravamo gli unici in Europa, insieme alla Grecia. Ma vedo anche le ombre, ovviamente, ovvero dei tentativi di riforma che hanno allontanato un pezzo del nostro mondo dalla convinzione che sia questo il campo che li può rappresentare al meglio. Dobbiamo ricostruire questo legame e lo si farà anche dal giorno dopo il voto, ritessendo la trama di un nuovo centrosinistra: di questo sono convinto. Sarebbe interessante capire perché nel Lazio, dove abbiamo governato bene, con un bravo presidente di Regione e una maggioranza larga che ha tenuto insieme il centrosinistra, molto probabilmente, anzi sicuramente, torneremo a vincere. Il giorno dopo ci sarà molto da ricostruire e da rifondare.

E Renzi dovrà farsi da parte?
No, il problema non è una persona in sé.

Però, se lo facesse adesso, in molti ritengono che anche i sondaggi andrebbero un po' meglio.
Non lo so. Non credo di essere sospettabile di un atteggiamento indulgente, quando c'è stato da criticare l'ho fatto: mi sono alzato, ho preso la parola e ho detto quello che pensavo. Ci sono state delle primarie, Renzi è il segretario del Partito democratico, a palazzo Chigi c'è Gentiloni che mi pare abbia svolto egregiamente il compito che gli era stato assegnato. In questa campagna elettorale si sta cercando di affermare l'idea di una squadra e non di una personalità unica e solitaria, e mi auguro che questo possa pagare anche nelle urne. Ma comunque sono convinto che il giorno dopo bisognerà rimboccarsi le maniche e ricostruire quello che abbiamo in qualche misura compromesso nelle ultime stagioni.

Lei non è stato ricandidato: non è che anche Renzi ha dei metodi, non dico fascisti, ma non del tutto democratici?
Non è per vezzo che lo dico, ma non è che io non sia stato ricandidato: io non mi sono ricandidato. Eppure mi avevano offerto una posizione sicura, in un collegio come quello di Sassuolo, in Emilia Romagna. Ma io ho ritenuto più giusto che fosse candidata una persona espressione di quella storia e di quel territorio.

Allora non le hanno offerto un collegio nel suo territorio.
Il mio territorio è questa città dove vivo oramai da trent'anni. Ma non è un aspetto fondamentale.

Però Renzi è un po' autoritario con le minoranze.
In questo momento ho una speranza e una certezza. La speranza è di poter tranquillamente fare a meno del parlamento, la certezza è che il parlamento farà tranquillamente a meno di me.

Non ha rimpianti per non essere passato anche lei a Liberi e uguali?
No. Non ho condiviso quella scelta, mi sono battuto con le mie armi e le mie argomentazioni per tentare di convincere quei compagni e quegli amici, con cui ho condiviso un lungo pezzo della mia strada, che la battaglia andava condotta dall'interno. Ma ho grande rispetto per chi ha compiuto quella scelta. In questa campagna elettorale sto girando su e giù per l'Italia ma non mi sono mai arrischiato e spinto a dire, in pubblico o in privato, che un voto dato a Liberi e uguali sia un voto dato a Salvini o alla destra: non è così. Io penso che poi dovremo tutti insieme, chi nel Pd è rimasto e chi da sinistra è uscito, ricostruire. Di questo ci sarà bisogno.

Non sono riuscito a farle dire niente contro Renzi.
Vorrei ben vedere!

Solamente che ha commesso degli errori.
A volte non è poco...