Italia | Rivolta in Libia

Guerra in Libia, cosa accadde in quella riunione a porte chiuse che trascinò l'Italia in guerra

Le rivelazioni di Guido Crosetto, allora sottosegretario alla Difesa, al Fatto permettono di ricostruire la riunione convocata da Napoletano che diede inizio all'intervento italiano

L'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex premier Silvio Berlusconi
L'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex premier Silvio Berlusconi (ANSA/ETTORE FERRARI)

ROMA - Era il 17 marzo 2011, e, in una sala del Teatro dell'Opera a Roma, le principali cariche politiche italiane erano riunite per affrontare una delle pagine più drammatiche della storia del nostro Paese e, forse, dell'Occidente in generale: la guerra in Libia. Una pagina non solo drammatica, ma fino a qualche giorno fa ancora coperta da un velo di mistero, perlomeno per quanto concerne la rocambolesca entrata in guerra del nostro Paese. Inizialmente contrario all'intervento, ma poi costretto ad accodarsi a seguito delle pressioni internazionali e per la necessità strategica di non farsi isolare dall'attivismo francese e britannico.

Le rivelazioni del Fatto Quotidiano
È stato il Fatto Quotidiano del 10 febbraio scorso a sollevare quel velo e a ricostruire la riunione d’emergenza con la quale l’Italia ha deciso di partecipare alla guerra. Nella sala del Teatro dell'Opera, erano presenti, proprio mentre era in corso all’Onu la discussione in merito alla risoluzione sulla Libia, il Presidente della Repubblica dell’epoca, Giorgio Napolitano, il premier Berlusconi, il suo consigliere diplomatico Bruno Archi, Gianni Letta, il presidente del Senato Renato Schifani, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, mentre quello degli Esteri Franco Frattini era collegato da New York. Oltre a loro, Guido Crosetto, all’epoca sottosegretario alla Difesa, colui che ha permesso al Fatto di ricostruire quanto avvenuto.

La testimonianza di Crosetto
«Mi buttarono fuori dalla stanza quando dissi che la guerra in Libia era una pazzia totale, ne avremmo pagato le conseguenze. In quel momento chi ricopriva la più alta carica istituzionale in quella stanza mi fece accompagnare fuori, ma non dico il nome», ha raccontato Crosetto, salvo poi specificare che «Quel nome fu Giorgio Napolitano». Crosetto ha poi proseguito: «Io ero sottosegretario alla Difesa e ho detto vivacemente che ero contrario all’intervento e poi ho ricordato anche le perplessità dello Stato maggiore: gli unici contrari alla partecipazione italiana all’intervento eravamo io e Silvio Berlusconi. A quel punto Giorgio Napolitano mi ha detto di andarmene perché non avevo titolo a stare lì. Insomma, mi ha buttato fuori». Il tutto, dopo che quello stesso 9 marzo Napolitano aveva già convocato un Consiglio supremo di difesa che, ben prima della riunione di emergenza, aveva messo nero su bianco la disponibilità italiana alla guerra.

La resa di Berlusconi
Nonostante la resistenza iniziale di Berlusconi, che con Gheddafi vantava rapporti di partnership strategica per non dire di cordiale vicinato, l'ex premier, dopo un mese di pressing e una telefonata di Obama, decise di accodarsi nell'intervento. Così, guerra fu, in barba, naturalmente, all'articolo 11 della Costituzione, di cui il Presidente della Repubblica dovrebbe essere garante. Secondo il Fatto, inoltre, Prodi, avrebbe in seguito sostenuto che «nel 2011 a Berlusconi hanno poi fatto pagare la Libia e l’amicizia con Putin...».