24 ottobre 2019
Aggiornato 03:30
Mondiali Russia 2018

La disfatta dell'Italia pallonara vista dalla Russia, tra burla e incredulità. Tanto da noi nessuno si dimette mai

Cosa pensano i russi della nostra mancata partecipazione ai loro Mondiali del 2018? Alcune riflessioni dopo la partita vista a Volgograd assieme a loro

Il portiere della Nazionale italiana Gianluigi Buffon piange tra le braccia del ct Gian Piero Ventura dopo la disfatta contro la Svezia che ha eliminato l'Italia dai Mondiali di Russia 2018
Il portiere della Nazionale italiana Gianluigi Buffon piange tra le braccia del ct Gian Piero Ventura dopo la disfatta contro la Svezia che ha eliminato l'Italia dai Mondiali di Russia 2018 ANSA

VOLGOGRAD - L’Ansa settentrionale del Don è in questi giorni di novembre un terreno paludoso, che si appresta a diventare gelato. Qui piove sempre, e più scende acqua più il cielo pare voglia caricarsi di gocce grasse che si schiantano al suolo con la potenza di un proiettile. I russi di queste parti spiegano che è un anno strano, perché la neve non è ancora arrivata e il clima è ancora tiepido. Raccontano antichi ricordi le babushke quando scoprono che sei italiano, rispolverano le storie che per decenni hanno narrato a figli, nipoti e viandanti: l’epopea del novembre 1942, quando l’Armata Rossa travolse l’Armir, il corpo di spedizione italiano che copriva la parte  centrale sul fronte russo del Volga. La neve copiosa, il gelo, i soldati sovietici mandati al macello a battaglioni interi, a corpi d’armata in successione, fin quando, per ordine di Stalin in persona, non avessero avuto ragione del nemico. La storia è nota: tutto il fronte cede e  i tedeschi schiantano a Stalingrado. Gli italiani tornano a casa decimati, a piedi, epica che un tempo si faceva conoscere, e amare, ai bambini delle scuole medie con le pagine di «Centomila gavette di ghiaccio», di Giulio Badeschi. Vista da qua, da questi territori sterminati che ancora sono punteggiati dai ricordi di quella disfatta militare, eroica se si pensa alla battaglia di Nikolajevka, la sconfitta dei pallonari dell’altra sera – che farà sì che l’Italia non parteciperà ai Mondiali che si giocano in Russia – è poca cosa, ovviamente. 

Niet Russia
Nello sconcerto generale che i russi riservano per questi strani italiani che si stracciano le vesti per il calcio, un sentimento che da queste parti ti fa sentire vagamente ridicolo e infantile, ciò che li incuriosisce maggiormente è la nostra incapacità di prendere atto delle sconfitte. La nazione che sta organizzando i Mondiali di calcio più spettacolari della storia, almeno così sostengono coloro che non resistono alla tentazione della grandeur imperiale russa, non capisce questa strana metafora italiana, secondo cui il tracollo nel calcio sarebbe l’indicatore sommo del tracollo della nazione. Quindi uno può anche tentare di spiegar loro, di avanzare analisi sociologiche, e quelli per educazione ti diranno che sì, certo, capiscono: ma in realtà non capiscono un bel nulla e per loro sono tutte balle. Il pallone è una cosa importante, ma alla fine ciò che conta nella vita è altro: dicono. Come dargli torto, come non vedere nelle loro facce trasecolate di fronte ai titoli a nove colonne dei maggiori quotidiani italiani - "Apocalisse" -, qualcosa che assomiglia vagamente ad un ideale di vita pià sano. Sarà che da Napoleone in avanti, 1812, questo sconfinato paese non ha più avuto un giorno di pace e quindi hanno altri pensieri per la testa?

L'Italia vista dalla Russia
Hanno ragione loro e, al massimo, nella sconfitta della nazionale di calcio si può trovare la causa principale della crisi culturale italiana: nessuno si sente responsabile degli errori che compie. Nessuno, in Italia, pensa che esista una relazione tra la mancanza di un risultato e la posizione che occupa. Oddio, questo in realtà avviene ai livelli maggiori: perché come noto, tra i miseri tapini vige la legge della giungla. Il tutto, ovviamente, mentre impartiamo lezioni di "democrazia".
Ventura, l’allenatore sconosciuto è giunto al punto di essere esonerato, non ha avuto nemmeno il buon gusto di dimettersi. Tavecchio resiste perfino più accanitamente dei soldati della Tridentina sul Don nel dicembre del 1942: paragone offensivo, da prendere come pura provocazione. Sono due simboli che fanno scuola, al contrario: il tuo lavoro è pessimo, seppur strapagato? Non importa, rimani al tuo posto. Tutti ti chiedono di andartene, nel ludibrio generale? Non importa, rimani dove sei: nemmeno ti sfiora l’idea di essere un esempio per il paese, di essere un simbolo per milioni di uomini e donne. Un simbolo diseducativo, per il quale l’importante è resistere, rimanere ad ogni costo attaccati alla poltrona.

Non dimettersi mai (Renzi docet)
Lo stesso ragionamento si estende alla politica. Hai perso il referendum elettorale che doveva cambiare la Costituzione? L’hai perso come l’Armir in Russia, travolto, con le tue truppe allo sbando? Hai perso le recenti elezioni in Sicilia, e il tuo partito è ridotto a un brandello nei sondaggi elettorali? Non importa, se ti chiami Matteo Renzi. L’importante, anche per lui, è non dimettersi mai, non uscire mai di scena, incuranti della disfatta. Il tempo passerà, gli italiani si dimenticheranno: la parola d’ordine è resistere. Attaccati alla poltrona, come su un trincea scavata nel ghiaccio della piana del Don. Ma gli esempi potrebbero essere infiniti, e coprire ogni campo: dalla politica, alla cultura, al settore bancario, allo sport. Siamo di fronte a uno strano caso di resistenza al contrario. I russi ridono di noi: non solo per questo, a loro giustamente incomprensibile, lutto nazionale per il pallone. Ridono perché vogliamo dar loro lezioni di democrazia, perché ci ergiamo a censori del loro modello, quando noi viviamo in un mondo distorto e ipocrita.