20 settembre 2019
Aggiornato 22:00
Al di là dei proclami

Terremoto, altro che aiuti «tempestivi»: per i 6 miliardi promessi ci vorranno 30 anni

Nonostante i proclami e i numeri da prima pagina snocciolati dal governo Renzi, perché i terremotati del Centro Italia vedranno tutti i soldi promessi per la ricostruzione ci vorranno 30 anni

L'ex premier Matteo Renzi.
L'ex premier Matteo Renzi. Shutterstock

ROMA - Matteo Renzi lo aveva promesso: la ricostruzione di Amatrice, Accumuli e di tutti gli splendidi borghi del Centro Italia devastati dal terremoto sarebbe avvenuta con prontezza ed efficacia, e, soprattutto, li avrebbe resi belli «come prima». Per garantire che ciò fosse possibile, il suo Governo ha annunciato in pompa magna lo stanziamento di ingenti fondi in nome dei quali è avvenuta l'ennesima contesa con Bruxelles sugli «zero virgola». Poco prima che il referendum costituzionale costringesse il Matteo fiorentino a dare le dimissioni, Renzi tuonava contro l'Europa rivendicando la priorità del destino dei terremotati sul mantra dell'austerità. Ma che ne è stato di quelle promesse?

Quanto ha stanziato il Governo per il terremoto?
Difficile dirlo con assoluta precisione, in realtà. A novembre, il Governo chiedeva a Bruxelles 3,4 miliardi di euro di flessibilità in nome dell'emergenza sismica, ma, come notavano puntualmente Alessandro De Angelis e Flavio Bini sull'Huffington Post, nella manovra annunciata il capitolo di spesa per il terremoto ammontava a 600 milioni. L'esecutivo, inoltre, ha fatto sapere di aver stanziato con tre successive delibere del Consiglio dei ministri 130 milioni di euro (50 milioni il 25 agosto, 40 milioni il 27 ottobre, 40 milioni il 31 ottobre); nel decreto per la ricostruzione (dl 189 del 17 ottobre 2016) sono stati inoltre previsti 266 milioni per il 2016 e ulteriori 200 per il 2017. Un lungo elenco in cui si sommano, però, voci di spesa riferite ad anni diversi, tanto che l'Huffington Post notava che i 200 milioni del 2017 «riguardano poste già coperte attraverso lo spostamento di altri fondi»: non risorse aggiuntive, dunque, ma soldi necessari per far funzionare la macchina delle emergenze.

600 milioni per il 2017
A ciò si aggiunga, appunto, quanto previsto nel dl Bilancio: per il 2017, 100 milioni «per la concessione del credito d’imposta maturato in relazione all’accesso ai finanziamenti agevolati» erogati dal Governo, cioè la cosiddetta «ricostruzione privata»; 200 milioni di euro nel 2017 «per la concessione di contributi finalizzati alla ricostruzione pubblica». In totale, per l'anno in corso, 300 milioni, più i 300 milioni di cofinanziamento regionale di fondi strutturali che «non comportano una modifica dei saldi di finanza pubblica»: ed ecco i famosi 600 milioni.

I 6 miliardi? In trent'anni
Eppure, proprio a novembre, come riportato dai media, il Tesoro ha annunciato di aver messo sul piatto circa 6 miliardi in totale per tutti gli oneri di spesa legati al terremoto. Il punto è che quella somma è dilazionata in un arco temporale di trent'anni, dal 2018 al 2047, prevedendo 200 milioni l'anno. E, si sa, la polverosa burocrazia italica rischia di lasciare i lavori in stallo per molto tempo. I precedenti non mancano. Come ricorda Franco Bechis su Libero, lo scorso 21 novembre in Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto che stanzia i fondi per il terremoto dell'Abruzzo del 2009, mentre le delibere della Presidenza del Consiglio per le alluvioni di Marche e Abruzzo del 2013 e di Umbria e Lazio del 2014 sono uscite il 16, 17 e 20 gennaio scorsi.

Emergenza permanente?
Senza contare le tante persone che dal 24 agosto sono impegnate a far fronte all'emergenza, senza ancora aver visto il contributo dello Stato: tra questi, gli albergatori che ospitano gli sfollati, o i professionisti che fanno i rilievi statici per la demolizione e la rcostrizione o le aziende incaricate di costruire le casette. E anche la promessa di Renzi di realizzare i container entro Natale e le casette entro Pasqua sembra destinata a confermare il trend, almeno a giudicare dai container. Nonostante i proclami e i numeri annunciati, insomma, questa emergenza sembra destinata a far la fine delle altre, come da usuale costume italiano: diventare, cioè, «permanente»