23 gennaio 2020
Aggiornato 03:00
Aliquota minima

Crisi e costi della politica, perché l'IVA al 4% è un regalo ai partiti

I partiti politici nazionali beneficiano di un regime speciale per il pagamento dell'IVA. Delle tre aliquote previste per l'imposta sui consumi ad essi è riservata quella minima, pari al 4%. Ma questo privilegio ha creato un buco nero nelle casse dello Stato

ROMA – In Italia i partiti politici sono considerati beni di prima necessità. Infatti, come il pane e la pasta, usufruiscono di un maxi sconto sull'IVA. A fronte di un'aliquota ordinaria pari al 22%, i partiti politici godono di un regime speciale che la fissa al 4%. Si tratta di un trattamento di favore che sottrae allo Stato risorse preziose. Soprattutto in tempi di crisi.

Il regime speciale riservato ai partiti
I partiti politici pagano l'IVA al 4%. Mentre in Italia l'aliquota ordinaria dell'imposta sul valore aggiunto è pari al 22%. Si tratta di un privilegio anacronistico, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, e che sottrae allo Stato risorse preziose. Basti pensare che solo nelle elezioni politiche del febbraio 2013, questo regime speciale è costato alle tasche degli italiani quasi 7 milioni e mezzo di euro.

Le tre aliquote dell'imposta sui consumi
Ricordiamo che l'IVA è un'imposta sui consumi che colpisce ogni fase della produzione di beni e servizi e per la quale esistono tre diverse aliquote: al 4% (la minima), al 10% (la ridotta) e al 22% (quella ordinaria). L'aliquota minima è riservata esclusivamente ai beni di prima necessità, cioè considerati indispensabili per la vita dei cittadini, come il pane e la pasta. L'aliquota ridotta è riservata ai servizi turistici, ad alcuni prodotti alimentari e ad alcune operazioni di recupero edilizio. L'aliquota ordinaria si applica in tutti gli altri casi.

Le spese delle campagne elettorali
Ma in Italia, evidentemente, le spese che i partiti politici affrontano in campagna elettorale vengono considerate «beni di prima necessità». Tra queste, vale la pena sottolinearlo, rientrano le spese per il materiale tipografico, per i messaggi elettorali televisivi, per quelli trasmessi via web, radio e giornali, come pure le spese per l'affitto dei locali, degli allestimenti, e per tutti gli acquisti effettuati entro 90 giorni dal voto, sia che si tratti di elezioni politiche, europee, regionali o amministrative. Come è facile immaginare, si tratta di un gradito regalo per i partiti nazionali, ma rappresenta un costo oneroso per lo Stato.

Il buco nero nelle casse dello Stato
Secondo l'associazione Open Polis, è un «regime speciale mai messo in discussione, e anzi progressivamente esteso negli anni». Dal 1993, infatti, l'IVA ordinaria è aumentata di 3 punti percentuali, passando dal 19% al 22%. Mentre quella riservata ai partiti politici è rimasta immutata al 4%. Come sottolinea Giorgio Velardi su LaNotizia.it, questo trattamento di favore ha creato un buco nero nelle casse dello Stato. Se consideriamo il totale delle spese sostenute dai partiti durante la campagna elettorale del 2013, pari a circa 45,5 milioni, e applichiamo l’aliquota ordinaria (che nel 2013 era al 21%) scopriamo che il gettito sarebbe stato di 9 milioni 176 mila euro, ma nelle casse dello Stato sono finiti circa 1,8 milioni di euro. E stiamo parlando solo delle elezioni del 2013.