23 ottobre 2019
Aggiornato 05:00

Renzi: M5S è il partito del familismo, la democrazia dell'erede non della rete

Il segretario del Pd sferra un pesantissimo attacco al M5S, accusandolo di essere un movimento che dice no alla democrazia dentro i partiti. Poi il premier riprende i suoi: in vista del referendum bisogna essere più incisivi

ROMA«Tecnicamente sono il partito del familismo». Matteo Renzi ci va giù pesante e lancia l'offensiva contro il Movimento 5 Stelle in occasione dell'assemblea dei parlamentari del Partito Democratico: «Hanno lo statuto nella mani del nipote di Grillo e del figlio di Casaleggio», dice il premier, che aggiunge con l'ormai solito tono altezzoso: «Mi querelino pure, io non ho l'immunità».

«È la democrazia dell'erede»
Un attacco costruito a tavolino, quello di Matteo Renzi, che, sulla scia dei fatti di Parma, mira ad affossare il Movimento, già sofferente e barcollante per il caos in cui è finito e da cui cerca di districarsi con difficoltà. «È la democrazia dell'erede e non della rete – continua l'attacco del premier – non la democrazia diretta dell’uno vale uno ma indiretta». Parlano di casta, i grillini, ma non rinunciano all'insindacabilità e all'immunità: «Si stanno arrampicando sugli specchi avendo clamorosamente detto il falso sulla nostra comunità, sulle frequentazioni mafiose e i finanziamenti», dice Renzi. Rivolgendosi ai pentastellati, i «famosi cittadini», il segretario del Pd afferma che questi si stanno nascondendo proprio dietro l'immunità: «Chiedete a Di Maio, Di Battista, Sibilia, Catalfo di rinunciare».

Dem, basta toni di rimessa
Allo spietato attacco al Movimento, si contrappongono le pesanti critiche interne. Il segretario del Pd non risparmia nemmeno i suoi: stavolta l'accusa è quella di assumere un atteggiamento «di rimessa». Renzi si erge a portatore sano di democrazia, paladino di trasparenza, e rimprovera ai suoi il basso profilo con cui si approcciano alla materia: «Vogliamo dirlo o no che c’è un partito o un movimento che sta dicendo di no alla democrazia dentro i partiti?», tuona il segretario, come un Ayatollah che, dall'alto del suo sgabello, incita i fedeli a seguire le sue orme. «Ci facciamo dare lezioni di trasparenza noi che anche per andare in bagno chiamiamo lo streaming?», continua con fare borioso il premier, per poi continuare a sfinire il Movimento: «Quando chiediamo meccanismi chiari loro si rintanano dietro il fatto che lo statuto non lo prevede». Renzi sprona i dem: serve più veemenza. In aula come sui media, il segretario esprime un desiderio: «Vorrei un atteggiamento meno remissivo in Parlamento e sulle televisioni. Dobbiamo vergognarci che qualcuno prende un avviso di garanzia? Che si vada a processo, non abbiamo paura».

La tregua
In occasione della riunione con i segretari regionali e provinciali del Partito Democratico, Matteo Renzi ha richiamato all'ordine tutti chiedendo una tregua. Una tregua che duri all'incirca fino all'autunno, quando ad attendere al varco Matteo Renzi (nelle vesti di premier, stavolta) ci sarà il referendum costituzionale. Mettendo da parte i contrasti interni, il partito ora si dimostri compatto in vista della grande prova di ottobre. Sul referendum, il Pd non deve essere diviso («Pacta sunt servanda»), dice Renzi. Poi si può tornare alle faide intestine che straziano il partito. «Per sei mesi dobbiamo andare a testa alta, ne abbiamo tutto il diritto. Sei mesi di lavoro costante sul territorio giocando all’attacco», dice il premier. Quello che serve non è tanto una tregua sulle polemiche interne, ma «parlare al Paese». Lui si impegna in questo: «Farò questo e solo questo, rinunciando a ogni discussione o diatriba interna». Il segretario vuole, pretende un Pd aggressivo, che assuma un atteggiamento in cui si giochi all’attacco, «al calcio totale: in ogni piazza e ogni luogo raccontiamo cosa accade e cosa facciamo in Europa e in Italia», spiega da stratega Renzi.

Il segretario dimentica le amministrative
L'appello del premier, però, sembra bypassare con una certa nonchalance la questione amministrative. Non proprio di poca cosa. Dalla minoranza dem, Gianni Cuperlo parla di «priorità»: «Avrei voluto sentire un impegno maggiore per quell’appuntamento, anche perché giugno viene prima di ottobre». Ma i sondaggi non sono proprio così floridi per il Pd di Renzi e forse una mobilitazione di partito sarebbe il caso di avviarla. Con tono critico, l'ex presidente del Pd riassume così il discorso di Renzi: «Un lungo monologo corredato anche da qualche imitazione»