23 ottobre 2019
Aggiornato 19:30

Renzi dimettiti: te lo chiede pure il Pd

Perfino i turbo-renziani si accodano alla nostra richiesta di dimissioni. Ma, ovviamente, è l'ennesima presa in giro: vorrebbero farci credere che la colpa di tutto sia della scalcagnata minoranza del Partito democratico

ROMA – Ora chiederemo il copyright a Roberto Giachetti. Come avevamo suggerito noi su queste pagine un giorno prima di lui, il deputato del Partito democratico ha invitato il suo segretario Matteo Renzi a seguire l'esempio di Alexis Tsipras e dimettersi dal governo. Non, naturalmente, per l'esasperazione dei cittadini italiani di fronte a un governo tutto fumo e niente arrosto, ma per sconfiggere la temibile opposizione della minoranza del Pd: «La minoranza del Pd non può fare più opposizione delle opposizioni. La mediazione si fa con le opposizioni, non con una parte del partito: così è un suicidio».

Nemico ridicolo
Ora, da quando Renzi si è affacciato alla scena politica nazionale ha sempre avuto bisogno di un nemico per coagulare il proprio consenso, e questo si sa. Ma fin quando si trattava della vecchia nomenklatura da rottamare, o dei sindacati dell'altro secolo, o ancora dei magistrati che non pagano mai per i propri errori potevamo anche concedergli il beneficio del dubbio. Che ora voglia farci credere che il cancro dell'Italia siano una manciata di ex comunisti male in arnese, questo supera ampiamente i limiti del ridicolo. E lo stesso Giachetti sembra rendersene conto, in uno sprazzo di lucidità: «In Italia si preferisce fare opposizione dall'interno del partito perché rende di più. Se escono dal partito Miguel Gotor e Alfredo D'Attorre, due minuti dopo chi si ricorderà di loro?». Ecco, appunto. Eppure la colpa dell'immobilismo del governo è loro, non dell'incapacità di premier, ministri e maggioranza: «Dall'Italicum al Senato abbiamo concesso moltissimo, peggiorando in alcuni casi le riforme (figuriamoci com'erano prima, ndr). Se andiamo al voto almeno avremmo dei gruppi parlamentari leali, non come gli smacchiatori del giaguaro». E, sempre se andassimo al voto, con queste dichiarazioni sicuramente Giachetti si sarebbe guadagnato la ricandidatura. Un altro misericordioso salvatore di Renzi, dalle colonne della renzianissima Unità, è Massimo Cacciari. Anche lui convinto che il problema stia nei dissidenti, che non lasciano fare al premier quel cavolo che gli pare, poverino, e che quindi serva un partito di sua proprietà: «Non si può parlare di partito. C'è una contrapposizione tra il capo e il suo seguito da una parte, e una corrente che non ha nulla a che spartire con loro dall'altra. Spero che Renzi riesca con il tempo a costruire un vero partito con dirigenti all'altezza e un radicamento territoriale che oggi manca del tutto. Ma sarà il Partito di Renzi e non più il Pd». Non vediamo l'ora.

Le urne fanno paura
Beninteso, non abbiamo cambiato idea nonostante sulle nostre posizioni si sia allineato pure Giachetti. Continuiamo a pensare che andare al voto sarebbe per Renzi un atto di coraggio e di onestà, come lo è stato per Tsipras. La differenza è che il premier greco si è sempre confrontato con il consenso dei propri elettori: da quando ha conquistato il governo a quando ha sottoposto a referendum l'accordo con l'Europa. Il bulletto di Firenze ci è molto meno abituato: non aveva il consenso quando si è preso palazzo Chigi (non eletto), se l'è comprato alle europee 80 euro alla volta e poi l'ha riperso nei mesi successivi per colpa dei suoi pasticci politici. È per questo che ancora oggi Syriza regge nei sondaggi, mentre il Pd precipita. Ed è per questo che, malgrado Giachetti, Renzi non si dimetterà. Purtroppo.