19 novembre 2019
Aggiornato 13:00

Regionali, stavolta Renzi si gioca tutto. E trema

Le elezioni di questo fine settimana si sono trasformate in un referendum sul premier. Che in pochi giorni è passato dall'annunciare un 7-0 a mettere le mani avanti prevedendo un 4-3. Ma ormai non è più sicuro nemmeno di vincere

ROMA – Solo pochi giorni fa, Matteo Renzi indossava ancora la solita spocchia del vincitore annunciato. «Il Pd non vuole perdere nemmeno mezza Regione». «Sarà un 7-0», le faceva eco l'immancabile Maria Elena Boschi. In realtà era evidente che non ci credessero nemmeno loro. Nel Veneto, feudo inespugnabile della Lega Nord, hanno mandato letteralmente al massacro Alessandra 'Ladylike' Moretti: che peraltro ci ha pure aggiunto del suo, con le balzane uscite sulla ceretta e sui profughi a casa degli anziani. Il premier, così, non ci ha messo molto a correggere la sua previsione con una più realistica: «Vinceremo 6 a 1 alle Regionali». Nel frattempo, però, Gian Mario Spacca, il presidente uscente delle Marche nonché favorito per la rielezione, è passato armi e bagagli con il centrodestra. E così si è cominciato a parlare di 5-2. Non è finita, perché in Liguria è comparsa la candidatura di Luca Pastorino, che Renzi ha derubricato a un «Fausto Bertinotti 2.0», eppure è riuscito a spaccare il centrosinistra, attirandosi il consenso di Cofferati, Civati, Vendola & Co. E così a resuscitare una candidatura inizialmente ridicola come quella di Giovanni Toti, spinto da un centrodestra insospettabilmente unito.

Il rischio del cappotto
A Renzi, dunque, è bastato sommare tutte queste situazioni per cambiare radicalmente il suo pronostico iniziale: «Fosse un 4-3 – ha dichiarato al Secolo XIX il 24 maggio scorso – sarebbe comunque una vittoria per il Pd». Per un politico che ha costruito tutta la sua carriera politica sulla retorica del vincente e sull'immagine da superuomo, una dichiarazione del genere significa qualcosa di più che mettere le mani avanti. Significa un allarme rosso, il segno di una fifa nera. Perché, a ben guardare, con un eventuale 4-3 i democratici non avrebbero ottenuto una vittoria, ma un pareggio: avrebbero conservato lo stesso numero di Regioni detenute nella legislatura uscente. Ma potrebbe andare ancora peggio di così. Sarà anche vero, infatti, che i sondaggi «portano sfiga», come ha elegantemente fatto notare lo stesso segretario del Pd qualche giorno fa, ma, volendo dar loro il beneficio del dubbio, in Campania profetizzano il testa a testa tra Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca. E, se anche il sindaco di Salerno vincesse, rischierebbe seriamente di non potersi neppure sedere sulla poltrona per colpa della legge Severino, in quanto condannato in primo grado. Se così fosse, il pareggio si trasformerebbe in sconfitta: un 4-3 sì, ma per il centrodestra.

Ci si gioca anche il governo
A quel punto la Boschi avrebbe un bell'affannarsi a precisare, come ha già fatto sempre al Secolo, che «l’esito del voto non influenzerà il futuro del governo», ma la realtà sarebbe ben diversa. Renato Brunetta ha già tuonato: «Se finisce 4-3, Renzi se ne deve andare». Indubbiamente la fine della luna di miele con gli italiani dopo solo un anno e mezzo di governo innescherebbe un autentico terremoto, facendo perdere al rottamatore il suo effetto attrattivo da «carro del vincitore». Secondo autorevoli voci di transatlantico, almeno una novantina di parlamentari piddini, tra Camera e Senato, non aspetterebbero altro per giurare fedeltà alla minoranza di Bersani in caso di batosta alle regionali. A quel punto la maggioranza sarebbe sfumata e a Renzi non rimarrebbe che dimettersi e chiedere al presidente della Repubblica un governo «balneare» che conducesse l'Italia fino alle prossime elezioni anticipate. Corriamo troppo? Forse sì. Ma una cosa è certa: le elezioni regionali di questo weekend si sono ormai definitivamente trasformate in un referendum su Matteo Renzi. Che, per la prima volta nella sua storia politica, non è più sicuro di vincere.